Abbiamo visto come John Hawkes (Arance rosso sangue) rivaluta l'eros della maturità, giudicando goffo e maldestro l'eros della giovinezza. Un colpo inferto al pensiero unico, cioè all'ideologia americana del corpo giovane. Un colpo che non modificherà sicuramente le convinzioni vigenti. Ma intanto... come si suol dire, gutta cavat lapidem...
Con Arance rosso sangue siamo nel 1970. Facciamo ora un salto indietro di 400 anni e vediamo cosa ha da dirci in proposito un vero saggio come Michel de Montaigne (La torre del filosofo).
"Le condizioni della vecchiaia mi ammoniscono fin troppo, mi rendono saggio e mi fanno la predica. Dall'eccesso di gaiezza sono caduto in quello della severità più fastidiosa: è il motivo per cui mi lascio andare adesso un po' alla sregolatezza a bella posta, e occupo talvolta l'animo con dei pensieri folli e giovani...".
Altro che rivalutazione della senilità in stile Ciceroniano! Qui non ci si limita a teorizzare la necessità di tenere sotto controllo gli istinti, evitando ogni eccesso, come predicavano i Greci e i Romani (da cui la "superiorità" della vecchiaia). Qui l'imperativo di restare padroni di se stessi, che Montaigne avverte come un imperativo categorico, lo porta a forzare il principio del giusto mezzo, attribuendo alla vecchiaia il compito (udite, udite!), di pazziare ogni tanto. Cioè di rinunciare ogni tanto all'esercizio della moderazione e della compostezza, che invece conviene ai giovani, portati di loro all'eccesso.
"La saggezza ha i suoi eccessi e non ha minor bisogno di moderazione che la follia."
Insomma: va bene che Alcibiade si dia una calmata. Ma è anche opportuno che Socrate ogni tanto si prenda un "anno sabbatico".



