domenica 25 settembre 2016

VECCHIO, LASCIATI ANDARE OGNI TANTO!

Abbiamo visto come John Hawkes (Arance rosso sangue) rivaluta l'eros della maturità, giudicando goffo e maldestro l'eros della giovinezza. Un colpo inferto al pensiero unico, cioè all'ideologia americana del corpo giovane. Un colpo che non modificherà sicuramente le convinzioni vigenti. Ma intanto... come si suol dire, gutta cavat lapidem...
Con Arance rosso sangue siamo nel 1970. Facciamo ora un salto indietro di 400 anni e vediamo cosa ha da dirci in proposito un vero saggio come Michel de Montaigne (La torre del filosofo).



"Le  condizioni della vecchiaia mi ammoniscono fin troppo, mi rendono saggio e mi fanno la predica. Dall'eccesso di gaiezza sono caduto in quello della severità più fastidiosa: è il motivo per cui mi lascio andare adesso un po' alla sregolatezza a bella posta, e occupo talvolta l'animo con dei pensieri folli e giovani...". 

Altro che rivalutazione della senilità in stile Ciceroniano! Qui non ci si limita a teorizzare la necessità di tenere sotto controllo gli istinti, evitando ogni eccesso, come predicavano i Greci e i Romani (da cui la "superiorità" della vecchiaia). Qui l'imperativo  di restare padroni di se stessi, che Montaigne avverte come un imperativo categorico, lo porta a forzare il principio del giusto mezzo, attribuendo alla vecchiaia il compito (udite, udite!), di pazziare ogni tanto. Cioè di rinunciare ogni tanto all'esercizio della moderazione e della compostezza, che invece conviene ai giovani, portati di loro all'eccesso.


"La saggezza ha i suoi eccessi e non ha minor bisogno di moderazione che la follia."

Insomma: va bene che Alcibiade si dia una calmata. Ma è anche opportuno che Socrate ogni tanto si prenda un "anno sabbatico".



mercoledì 7 settembre 2016

OLTRE CICERONE




Cicerone elogia la vecchiaia, come è noto. E lo fa nel nome della atarassia. Il vecchio è colui che non soffre oramai più le pene d'amore e che non è più angustiato dai problemi della vita attiva.
Ma John Hawkes va ben oltre e addirittura rovescia lo schema di Cicerone, mettendo in discussione il luogo comune che vuole la giovinezza come l'età dei trionfi d'amore. Ascoltate per esempio come elogia l'erotismo dell'età matura attraverso le parole del protagonista di The Blood Oranges (1970), il fascinoso Cyril:


La giovinezza non ha il monopolio dell'Amore. La linfa non scorre solo nei giovani. In tutte le mie avventure e in tutti i miei studi diligenti ma spassionati della letteratura erotica non ho trovato nulla che giustificasse le espressioni felici di totale sicurezza che leggiamo in genere sui volti superficialmente attraenti di tanti giovani uomini e tante ragazze ancora giovani. Essere spavaldi, vivaci, col corpo tornito e lo sguardo limpido non significa necessariamente essere i più capaci fra coloro che vengono buttati al centro dell'arazzo rosa. Chiunque avesse un minimo d'occhio per il sesso avrebbe riconosciuto nelle figure pienamente mature del nostro quartetto (Cyril, Fiona, Hugh, Catherine) un'esperienza, una finalità e una costanza appena accennate nelle posture affettate delle ragazzine che se ne stanno con il pollice agganciato nel bikini e le gambe brune rigidamente divaricate. Eravamo quattro allora, non solo due, e nel nostro quartetto la linfa d'annata fluiva liberamente, fluiva e stillava e ribolliva come forse mai più. Può la giovinezza vantare tanto?

Dunque l'età matura che trionfa sulla giovinezza nell'Arazzo d'amore (questo il titolo con cui Arance rosso sangue è originariamente apparso in Italia).
Ammettiamolo: è un punto di vista nuovo per noi, che siamo condizionati dal mito americano della giovinezza. Un punto di vista che meriterebbe di essere approfondito e difatti ci ripromettiamo di farlo.
Uno schiaffo per il catastrofismo giovanilista di Michel Houellebecq e per tutti coloro, come lui, che ritengono spacciati (leggi da rottamare) quelli che non esibiscono più un corpo perfetto (riviste di moda, stilisti, pubblicitari...).  
Uno spostamento, alla fin fine, dell'asse concettuale erotico: dalla fisicità alla personalità, dal guardare al provare, dall'esibirsi al relazionarsi.





sabato 3 settembre 2016

MASCHIETTI E FEMMINUCCE




Anche con le migliori intenzioni e anche nelle cose più innocenti si può cadere nel sessismo, cioè in un atteggiamento che discrimina sulla base del sesso. Come in questo "innocente" manifesto, affisso in un comune lombardo, in prossimità dell'apertura dell'anno scolastico.
Lo so: oggi fare questo tipo di controdeduzioni, che negli anni sessanta venivano etichettate come controcultura, è decisamente out. Minimo minimo ti senti accusare di essere un radical-chic, cioè uno di quelli che leggono Le Monde e che hanno una visione elittaria del mondo (è successo a me su facebook di essere aggredito da due troll della Rete proprio perché citavo Le Monde). 
Oggi è di moda considerarci assolutamente tutti uguali. Non nei diritti, beninteso, e nei doveri, il che è sacrosanto. Ma anche nell'intelligenza, nella cultura, nella prestanza. Dopo di che abbiamo l'effetto Umberto Eco, ovverosia la rete invasa dai pensieri triti e ritriti di quelli che, ahimè, non sanno né pensare né scrivere, ma parlano e scrivono lo stesso ... ad abundantiam.

Tornando all'anno scolastico incipiente di Pietra de' Giorgi. Questo manifesto non indulge, beninteso, al melenso sessismo degli anni '50. 



Ma qualcosa di questa cultura, che in Italia è trasversale e sconfina in un tratto antropologico, trapela anche in questa affiche, dove il maschietto alza il braccio bello tronfio e sicuro di sé (io, io, maestra/o, lo so io...), mentre la bambina, chiaramente una orientale, è adagiata chete cheta con il mento sui libri (e sulla bandiera italiana) e guarda - soddisfatta, sorniona, oziosa? in tutti i casi passiva - verso di noi. Un mela (forse quella di Adamo ed Eva) fa da testimonial, insieme ai libri, alla bella scenetta.

Peccato che ragionar di stereotipi sessisti oggi non paghi, come ci testimonia Lorella Zanardo ne Il corpo delle donne, quando si sente chiedere dalle ragazze giovani: lei è una femminista, cioè una vecchia arrabbiata con il mondo e con gli uomini?

Ecco, in questo la Zanardo è stata molto lucida, ma forse troppo tenera. Il sessismo passa attraverso la mente e gli occhi degli uomini, ma troppo spesso vede le donne loro complici. Come nel caso citato, dove le ragazze rincarano il loro sessismo inconscio con una buona dose di ostilità nei confronti di quelle donne (le femministe) che non solo si rifiutano di essere prone al maschio, ma hanno per giunta il torto di essere anche delle vecchie.

mercoledì 31 agosto 2016

LOMBATINA DI BELLA RAGAZZA

Che cosa spinge un uomo  al consumo visivo delle giovani donne: l'up skirt (sbirciare in su sotto la gonna), il nipples (sbirciare i capezzoli), il downblouse (sbirciare le scollature)?

Ne parliamo qui perchè Lorella Zanardo, ne Il corpo delle donne (2010) fa esplicito riferimento a queste pratiche quando analizza alcuni spettacoli di intrattenimento televisivi: per esempio Mezzogiorno in famiglia, con Stefania Orlando che si dondola su un'altalena spiata dalla telecamera sotto la gonna.

La domanda può essere naturalmente rovesciata: cosa spinge le donne a farsi sbirciare da sotto in su, dentro la gonna, come fa per esempio Stefania Orlando?

A mio parere chi predilige queste cose è un bamboccione. E lo dico senza paura di essere offensivo, perché io stesso trovo intriganti queste "pratiche". Dunque non faccio il grillo parlante. E non recito neanche il mea culpa. Ammetto semplicemente che nel gioco dell'eros l'uomo latino spesso si porta dietro dei retaggi "infantili", degli imprinting maturati negli anni in cui imperava una certa sessuofobia di regime.




Ricordate Pierino, ovvero il bravo Alvaro Vitali, quando sbirciava belle gnocche nei panni di compiacenti professoresse? Siamo all'inizio degli anni '80. Sono le prime pellicole della commedia sexy all'italiana. E pensare che vent'anni prima, nei campus americani, era "esplosa" la rivoluzione sessuale!
Poi, nell'incipiente era berlusconiana, la beceraggine si fa più spinta con lo spogliarello delle casalinghe di Colpo grosso, la trasmissione condotta da Umberto Smaila (1987-92). Per finire, l'esibizione delle ninfette in Non è la Rai di Buoncompagni e Ghergo (1991-95), che apre la strada alle veline di Striscia la notizia.

Domanda: quanti ragazzi, che oggi sono uomini, negli anni '80 si sono consumati gli occhi sulle grazie della Fenech, come i ragazzi della mia generazione si sono consumati gli occhi sulle gambe delle gemelle Kessler? E che tipo di personalità ha forgiato questa iniziazione?

Non è una domanda retorica. C'è infatti un risvolto molto penoso in tutta questa faccenda, anche se può sembrare solo una inoffensiva goliardata.
Che immagine della donna hanno interiorizzato i ragazzi che si sono formati su queste pellicole sessiste? e che immagine di se stesse hanno interiorizzato le ragazze che vedevano donne dell'età delle loro madri spogliarsi in pubblico per la gioia dei telespettatori?

Un corpo fatto per essere consumato con gli occhi da maschi interessati solo al dettaglio fisico. Un corpo da consumare a pezzi: controfiletto, lombatina, biancostato... Ecco cos'è la donna nell'immaginario nostrano.










martedì 30 agosto 2016

IL CORPO DELLE DONNE: istruzioni per l'uso





Leggendo il libro inchiesta di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli, 2010 (più interessante per certi versi del documentario) non si può non convenire che la televisione italiana è volgare, sessista, ingiuriosa, inqualificabile. Dopo di che ci si chiede: ma perché nessuno interviene? E se lo chiede anche l'autrice, anche se non fornisce una risposta circostanziata.

Però il libro ci offre alcuni spaccati di vita vera, che sono già una risposta alla domanda. Come quando la Zanardi rievoca una sua visita a un direttore di una grande azienda. Sulla scrivania una copertina di Panorama con una ragazza nuda e la scritta Toccami. Alle sue spalle il Calendario Pirelli: mese di ottobre, una donna africana nuda. All'ingresso dell'azienda un cartellone pubblicitario con una ragazza sdraiata seminuda.

Io ho bazzicato per anni il mondo dell'azienda e debbo dire che è altrettanto sessista e inqualificabile quanto la televisione.
Solo che la Televisione ha un codice deontologico che proibirebbe lo sfruttamento e il vilipendio del corpo femminile. 
Ma questo codice non viene rispettato e... nessuno interviene!

Il trait d'union è la becera cultura dei maschi italiani: cultura da bar sport, da officina meccanica rivestita di calendari di maggiorate... e prima ancora, cultura da caserma e da bordello fascista.
Al primo incontro, fra maschi, in un'azienda, ci si saggia subito con qualche battuta salace. Il capo dà quasi sempre il "buon" esempio e gli altri... a seguire. Battute sulle donne (o contro le donne). Battute a volte sulle colleghe (o contro le colleghe).
I primi tempi, io non capivo perché su un'ora di riunione, venti minuti andassero sprecati in convenevoli pecorecci. Usanza tipica del commerciale. Ma non esclusiva del commerciale. Poi l'ho capito: vilipendere il corpo delle donne era una tecnica per mettere a proprio agio gli altri maschi presenti. Per auto ringalluzzirsi e ringalluzzire i presenti tramite una affermazione di orgoglio guerriero.

Questo atteggiamento è trasversale. Riguarda la destra, come la sinistra. Il manager anziano e il pischello. Dalle aziende si diffonde come un fumo tossico nelle palestre, nei giornali, nelle agenzie pubblicitarie, nei consigli comunali, nei consigli d'amministrazione, nelle redazioni e, per l'appunto, negli studi televisivi.


In questa faccenda il sesso, il piacere erotico, la bellezza non c'entrano niente. Si può essere cultori dell' up skirt (e io sono fra quelli), cioè si può essere un po' (o un po' tanto) guardoni e feticisti e ciononostante mantenere "segreta" questa predilezione, evitando che offenda le esponenti dell'altro sesso.
Alla stessa maniera, si può essere ragazze un po' esibizioniste, orgogliose dei propri attributi - sagacemente diffusi per il corpo -si può tentare di usarli come armi di seduzione e, ciononostante, non essere delle veline o delle olgettine.
Cioè dei corpi giovani venduti al guardone di turno.

Qui c'entra la foia tutta di testa e, per giunta, esibita socialmente, dei latini (non siamo solo noi italiani a sezionare in televisione il corpo delle donne. Andate a vedere per cortesia su Youtube i programmi di intrattenimento brasiliani sulla biancheria intima per donne e poi mi sapete dire).
Una foia mentale e di cricca a cui raramente corrisponde una baldanza erotica de facto. La stessa foia mentale immortalata dai film di Federico Fellini e dall'avanspettacolo di Macario. Una foia che il passare dei decenni non ha attenuato o decantato. E lo comprova (per la Francia questa volta), la magistrale letteratura di Michel Houellebecq sul fresco corpo giovane e sul corpo che, ahimè, ha oltrepassato la giovinezza.

Un'occasione grossa l'abbiamo persa, noi Italiani. E l'abbiamo persa quando i signori padri e le signore madri non hanno avuto la sensibilità di contestare lo spettacolo messo su da Gianni Buoncompagni e Irene Ghergo: Non è la RAI (1991-1995). 




Contro questa trasmissione "oscena", di un lolitismo al limite dalla pedofilia, non si è scagliato quasi nessuno, nell'area laica. A parteVasco Rossi e Telefono Azzurro.


"Qui (in televisione) la donna è considerata a tutti gli effetti un essere inferiore: viene delegata a incarichi d'importanza minima... ed è costretta a farlo in modo mostruoso, cioè con femminilità. Ne risulta una specie di puttana che lancia al pubblico sorrisi di imbarazzante complicità e fa laidi occhietti". (Pier Paolo Pasolini, 1972)





lunedì 15 agosto 2016

RACCONTARE LA REALTA'

"La vita comincia a cinquant'anni, è vero; a parte che finisce a quaranta".
Questa è una dei tantissimi aforismi di cui è piastrellata la narrativa di Michel Houellebecq. 
I quarant'anni sono l'ossessione di Houellebecq. Nel momento in cui Isabelle, l'amante e moglie del protagonista di La possibilità di un'isola (2005) compie quarant'anni, il suo corpo è già un preannuncio di decadimento:

"Talvolta, quando ci preparavamo per andare in spiaggia e lei si infilava il costume da bagno, nel momento in cui il mio sguardo si posava su di lei, la sentivo cedere leggermente, come se avesse ricevuto un pugno fra le scapole... Conoscevo lo sguardo che poi aveva: era quello, umile e triste, dell'animale malato che si allontana di qualche passo dal branco, che posa il capo sulle zampe e sospira piano, perché si sente colpito e sa che da parte dei suoi simili non dovrà aspettarsi alcuna pietà".



Possibile che dal 1994 (Erica Jong) al 2005 (M. Houellebecq) il feticismo della giovinezza abbia fatto così tanti passi in avanti da retrodatare di 10 anni il momento dell'usura del corpo? 

Butto lì. Forse ai tempi della Jong la paura era quella di perdere l'avvenenza. E dunque i cinquanta erano una minaccia concreta. Forse ai tempi di Houellebecq (che poi sono i nostri) la paura è quella di non essere più classificati come giovani.
In tal caso i quarant'anni, mi viene da obiettare, non sono più una garanzia. Certo, puoi restare in forma come riesce a restare in forma Isabelle a costo di immani sacrifici. Ma, bella o non bella, non potrai mai più essere una Lolita. Né a quaranta, né a trenta.

Leggendo Houellebecq ci si chiede: ma anche LUI ci crede a questa mistica "laica" delle carni sode e del godimento carnale o lo fa semplicemente credere ai suoi personaggi, per poter essere come Daniel, un pungente osservatore della realtà contemporanea?




I media semplificano, è ovvio. Poi stacchi gli occhi dal teleschermo e cosa percepisci? Percepisci corpi giovani afflitti da malattie che un tempo non erano neanche contemplate a questa età (segno che qualcosa è rimbalzato dall'alimentazione e dall'ambiente alla genetica). Percepisci corpi giovani che si divertono ingozzandosi compulsivamente di patatine, hamburgher e alcool a gogo (nell'ipotesi migliore). Percepisci una moria di salute, di speranze e di progetti di vita (nonché di future pensioni). Percepisci, in chi non è più giovane, la paura non del futuro, ma - ciò che è peggio - del presente. Mentre cioè il patrimonio della gioventù viene dilapidato, la mezza età si ripiega -ignava- su se stessa.

Percepisci in altre parole una realtà in cui i 4colori della carta patinata diventano il grigio sporco delle nostre strade e in cui il reale "ad una dimensione" dei media si frantuma in tanti pezzi di vetro con cui è difficile comporre un puzzle dotato di senso.

E allora vien da chiederti: ma qual è il compito di un narratore? raccontare la realtà nei suoi diversi snodi (ammesso che sia possibile). Oppure, adottare come punto di vista la visione messa in giro dalla pubblicità e dai media: la vita come gioco. Il che comporta che la vita, per tutti quelli che non sono giovani e bellissimi, diventa per tutti gli altri una cosa grottesca, disperante, indegna di essere vissuta. Come nei romanzi di Houellebecq

Una cosa è certa: a lettura ultimata, resta un rammarico. Che la dimensione edonistica (per pochi) a cui si è ridotto il nostro ideale di vita, non consenta a un narratore contemporaneo di raccontare storie complesse e ricchi di sfumature come quelle che un Thomas Mann raccontava nei suoi romanzi e nei suoi racconti.


Suggerisco, per rifarsi la bocca, di andare a leggere, o rileggere, Unordnung und fruhes Leid.




domenica 14 agosto 2016

Il SUICIDIO: un GESTO INSANO o una RESA?

(Jean Rustin)

Nell'ultimo post, per purificare l'aria inquinata dal fatale pessimismo di Houellebecq, si invitava il lettore ad aderire alla antica prassi greca dell'epimeleia heautou. Cioè del prendersi cura di se stesso. 
Ne parla con amabilità Michel Foucault nel suo Corso al Collège de France del 1983-1984.
Intendiamoci: il prendersi cura di se stesso non consiste banalmente nel coltivare la danza classica, come fa Isabelle, la donna di Daniel, il protagonista di La possibilità di un'isola, 2005. Un palliativo, un tentativo vano di prevenire il decadimento del suo splendido corpo, che sfocerà nel suicidio di Isabelle al compimento dei 40 anni.
Può consistere, come suggerisce Umberto Galimberti sulla falsariga di James Hillman, nell'assai più sottile pratica di svelare se stessi.
Stiamo parlando di una sorta di percorso iniziatico. Un passo che può compiere l'individuo singolo quando giunge al cospetto del proprio invecchiamento e si sforza di riempire il vuoto in cui la cultura del nostro tempo lo abbandona in attesa della rottamazione finale.
Houellebecq, coerentemente con le sue premesse (Siamo dei corpi, siamo innanzitutto, principalmente e quasi unicamente dei corpi...), non contempla questa possibilità. I suoi personaggi vivono solo di sesso e quando lo scambio sessuale comincia a diventare problematico, perché il corpo non è più in grado di suscitare dei desideri, i suoi protagonisti escono di scena.

Qualunque cosa sia, l'epimeleia heautou potrebbe essere un alternativa al suicidio. Che in Houellebecq più che un gesto insano si configura come la resa inevitabile di una umanità che ha investito tutto nella giovinezza e nell'amore fisico. 

sabato 13 agosto 2016

UN ESPERTO DI VECCHIAIA: HOUELLEBECQ

Ho cominciato dal romanzo più ovvio: Soumission (2015). Poi sono tornato indietro: La possibilité d'une ile (2005) e Les particules élémentaires (1998).
Ovviamente ho colto l'aspetto che più mi interessa : la (tragica) FINE della GIOVINEZZA. Battutaccia: l'aspetto di Houllebecq sembra confermare in pieno una delle sue tesi di fondo, che cioè dopo i quarant'anni non ci sia più speranza. 



In vita mia non ho mai visto un sessantenne più devastato di lui. Forse perché è un tabagista. Forse perché ha vissuto "male" (ma le cronache non confermano questa supposizione). Fatto sta che Houellebecq più di chiunque altro sembra inpersonificare l'usura del corpo. E a guardarlo (e a leggerlo) ti viene istantaneamente l'istinto di correre in palestra. Anche se lui non fa sconti e sembra pensare che non vale proprio la pena di tentare alcunché. Svoltato l'angolo della giovinezza, è inutile farsi illusioni. Qualunque cosa tu faccia, sei spacciato.

Mi rendo conto che non si dovrebbe parlare in modo così frivolo e scanzonato di un "grande" autore.
Ma lo è, poi, un grande autore?
La mia reazione istintuale di lettore di lungo corso dice di sì. Con lui ho fatto quello che non ho mai fatto con nessun altro autore di romanzi: prendere la penna e sottolineare le sue frasi ad effetto, le sue massime. Sarà che Houellebecq non si limita a raccontare. Lui racconta e argomenta. Argomenta e racconta. 
Ma, attenzione, le due cose si intrecciano perfettamente.
Il francese non è di quegli scrittori (e ce ne sono stati tanti) che interrompe la narrazione per inseguire una digressione qualsivoglia. Filosofica, di costume, anedottica o che dir si voglia.
No! Lui fa diventare l'argomentazione carne e sangue della storia. E non ha importanza che a spararla grossa sia lui, l'AUTORE, o uno dei suoi personaggi. Ciò che conta è che il pugno, da qualunque parte provenga, arrivi a centrarti in pieno nel mezzo dello stomaco.

Non so come possa giudicarlo un giovane questo catastrofico romanziere saggista. Non ho la minima idea di come possa, per esempio, reagire una lolita di 15 anni a leggere i suoi pensieri tristi sulla vita, sulla bellezza, sul desiderio del corpo etc. etc. Forse una lolita manco lo legge Houellebecq. Forse una lolita o non legge o legge storie un po' più commerciali.
Io sono più vecchio di lui e cosa passi nella testa di una lolita non lo immagino proprio, anche perché non ho figlie e, va da sé, non ho amanti adolescenti.
So vagamente cosa passa nella testa di un settantenne e debbo dire che Houllebecq per uno della mia età può essere altamente contagioso. In fondo le cose che dice sono abbastanza "vere". E anche se non sono "vere" fino in fondo, ciò che chiunque capisce subito è che non ha senso contestargliele. Houellebecq è sicuramente in buona fede e le sue considerazioni val la pena di prenderle per buone anche solo per lo spazio di un minuto.

Poi, magari, conviene riandare a leggerle un suo conterraneo e soffermarsi più costruttivamente sulla epimeleia heautou di cui discetta Michel Foucault nelle sue ultime lezioni al Collège de France.






mercoledì 13 luglio 2016

EMOZIONI (barra) SENTIMENTI


Non è il primo scritto dedicato allo spettacolo della contemporaneità (ovvero alla contemporaneità come spettacolo). Ma probabilmente sarà uno dei libri meno letti in Italia, perché l'editore Nottetempo di Roma ne ha tirate un numero risibile di copie e io stesso ho fatto fatica a procurarmelo, a soli due giorni dalla recensione di Ezio Mauro su La Repubblica del 30 giugno.


Esatto, stiamo parlando di Psicopolitica di Byung-Chul Han, filosofo sud-coereano di lingua tedesca e docente a Berlino.
A me di primo acchito questo saggio breve ha fatto venire in mente Zygmunt Bauman e il suo ultimo libro, Per tutti i gusti. La cultura nell'età dei consumi (Laterza 2016). Ma mi ha fatto venire in mente anche Guido Mazzoni, I destini generali, Laterza 2015 e, perché no, Giuseppe Di Giacomo, Arte e modernità (una guida filosofica), Carocci 2016.
Troppo lungo analizzare i punti di contatto, le filiazioni, le derivazioni. E poi ci vuole una competenza che mi manca, da filosofo innanzitutto.
A naso, però, un denominatore comune c'è e non è difficile da cogliere.
Il più esplicito nel dichiarare la materia del suo contendere è Han, che sottointitola il suo saggio Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere.  Sullo sfondo si proietta l'ombra di Foucault. Ma è l'ombra di un filosofo che si è fermato sulla soglia del problema, perché non ha studiato il neoliberalismo e quindi ha continuato a ragione in termini, diciamo così, non di persuasione occulta ma di repressione.
Anche Di Giacomo, docente di estetica a Roma, muovendosi su tutt'altro versante e prendendo le mosse da Adorno, approda su sponde quasi contigue a quelle di Han, perchè conclude il suo bel saggio definendo la contemporaneità come era del capitalismo estetico: un capitalismo che, come il capitalismo delle emozioni di Han, fa sognare e fa divertire.  
Non soffermiamoci su Z. Bauman, perchè l'opera di questo anziano sociologo polacco di origine ebraica è abbastanza nota.
Mazzoni, critico letterario, invece, si occupa della metamorfosi antropologica prodotta nella psicologia collettiva dal post moderno e arriva a conclusioni che probabilmente non dispiacerebbero ad Han: Oggi gli essere umani vogliono passare il tempo curando i propri affetti e inseguendo le proprie mete personali, le proprie costruzioni ausiliari, i propri dada... 

Ma cosa c'entra questo blog, dedicato all'anziano (e al suo contraltare: il giovane) con tutti questi libri e con questo genere di considerazioni?

C'entra se andiamo a leggere un capitolo in particolare del libricino di Han ed è quello che si intitola Il capitalismo dell'emozione (come si vede il tema ritorna insistente).
E' un capitolo che sostanzialmente opera delle distinzioni: emozione, affetto, stato d'animo, sentimento. Di alcune si può dire che durano, che sono degli stati costanti. Di altre si deve dire invece che non hanno andamento narrativo, che sono delle polluzioni estemporanee.
Naturalmente la contemporaneità esalta le emozioni perché queste "scariche immediate" sono tipiche della comunicazione digitale e sono funzionali al capitalismo del consumo. Che "capitalizza emozioni", cioè fa leva sulle libere soggettività, relegando ai margini la razionalità, che non è abbastanza volatile e relegando ai margini anche i sentimenti.




Possiamo in conclusione dire, forzando la mano ad Han, che il vecchio, legato a una cultura disciplinare, osteggia le emozioni e si trova più a suo agio con i sentimenti. Mentre il giovane è di casa nel flusso accelerato delle emozioni.
Fateci caso: in Facebook non trovano spazio i ragionamenti. In Facebok trovano spazio gli emoticon. 
In questo tema si addentra il "raccapricciante" romanzo di Michel Houellebecq, La possibilità di un'isola, Bompiani 2005.

domenica 10 luglio 2016

VECCHI e GIOVANI non hanno la STESSA MEMORIA

Sto per dire una cosa ovvia. Ma certe volte sono proprio le cose più ovvie quelle a cui non facciamo abbastanza caso e  magari invece sono quelle che contengono una importante verità.
Io e due mie amiche abbiamo in questi giorni intavolato una sorta di gioco su facebook. Apparentemente un gioco stupido (dimmi che trovi più bella: Jennifer Lopez o Virginia Woolf?). In realtà il gioco mirava a evidenziare la diversa percezione della bellezza che hanno l'uomo e la donna.
Ma per il ben noto principio dell'etorogenesi dei fini (conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali) il nostro gioco ha messo in luce un'altra verità, che nessuno avrebbe previsto.
Di fronte alle foto abbinate di Carmelo Bene giovane e di Jean Louis Trintignant e Vittorio Gassmann in Il sorpasso, una delle mie amiche ha riconosciuto Carmelo Bene, ma non ha riconosciuto Trintignant. L'altra, leggermente più giovane, non ha riconosciuto nessuno dei tre.



La scelta delle tre effigie l'avevo fatta io e nel farla manco mi era passato per la testa che stavo dialogando con persone di circa 30 anni più giovani di me. Per me, che da giovane avevo visto Z-l'orgia del potere (1969) e poi il Conformista (1970) e prima ancora Un uomo, una donna (1966), Jean Louis Trintignant era una cara presenza. Una presenza ovvia, come quella di Federico Fellini. 
Per quanto riguarda Carmelo Bene le cose stanno in maniera un tantino diversa. Il suo primo film Hermitage è del 1968. Ma Carmelo Bene è artista d'elite. Si può essere un baby boomer  come me e non conoscerlo minimamente. Esattamente come solo una minoranza (ancora più scelta) conosce Michelangelo Pistoletto, uno dei protagonisti dell'Arte povera (1969).



Beh, la prima cosa che ho pensato è stata: cosa può significare essere un individuo a cui manca un "certo" retroterra. Un individuo che, per quanto riguarda i fondamentali anni '60 e '70, ha nella testa il vuoto?
Beninteso, Trintignant non è Alessandro Manzoni! Ma mentre il Manzoni ce l'hanno fatto studiare a scuola (e mi dicono  che lo studiano anche ora), Trintignant è stata una libera scelta. Appartiene a quella comunanza di sangue che noi allora avevamo con la cugina latina, la Francia. Appartiene a quella cultura che cantava El pueblo unido jamàs serà vencido.
Pensare che si possa vivere ignorando queste cose, a me vecchio mi sembra una cosa da pazzi.
Naturalmente so di dire una bestialità. E però penso che è strano che si vada a vedere Boccioni e Balla al Museo del Novecento a Milano e che magari non si siano mai visionati i film di Carmelo Bene, che pure sono disponibili su Youtube.

I giovani anche loro (quando ce l'hanno) hanno una cultura. E in certi settori è sovrapponibile alla mia. Anche se sono giovani, hanno letto probabilmente Proust. Anche se sono giovani, non ignorano chi siano i futuristi.
Ma al di là di alcuni fondamenti culturali che abbiamo in comune, la loro formazione  - va da sé - ha percorso altre strade.
Non metto in dubbio che i loro siano percorsi altrettanto validi. A me vecchio (e per forza di cose nostalgico) vien da dire:  gli manca qualcosa. Poi in parte mi ricredo, perché gli strumenti che mette a disposizione la contemporaneità li apprezzo e li uso anch'io (come la formidabile wikipedia)
Fatto sta che il loro museo personale è affollato di cose che io ignoro totalmente. E che il mio museo personale è affollato di cose che loro ignorano in gran parte.
Ogni museo corrisponde a una stagione e ogni stagione ha un suo senso. Kurosawa è stato grande per noi. Era una boccata d'aria pulita in un mondo intossicato. Mi chiedo se un trentenne di oggi abbia mai visto un suo film.
A questo servono i musei, le cineteche, le biblioteche: a perpetuare un passato, affinché non vada perso per sempre. Certo, vivere la stagione di Kurosawa e conoscerla attraverso una serata in cineteca sono due cose profondamente diverse. Eppure la serata in cineteca ha il merito di far capire, a chi è nato "adesso", che è esistito un IERI, e che questo ieri si situa appena dietro l'angolo e contiene un'altra sensibilità, un'altra cultura. Dalla quale non si può totalmente prescindere, pena il rischio di vivere nella condizione dell'orfano.
La nostra contemporaneità ha zittito i nonni, relegandoli in un arido silenzio. In questa maniera ha però anche zittito gli antenati. E non bastano le lodevoli iniziative di musei e associazioni culturali. Esse colmano quel vuoto di passato, che rischia di metterci sullo stesso piano di quei barbari che distruggono le vestigia dell'antichità. Ma lo colmano solo in una maniera minima. E soprattutto lo alterano condendolo in maniera da renderlo appetibile ai palati moderni (i fantasmagorici eventi museali in stile Expo).
Ben diverso l'aver preso appunti, come facevo io nel '66, dalla viva voce del vecchio Mario Fubini, che ti faceva magistrali lezioni su Leo Spitzer e che ti trasmetteva con le sue parole il sapere crociano di una intera generazione. 
Senza passato, il presente,  per quanto brillante e stimolante, è ben povera cosa. Possiede e propone una sola dimensione. E' come quegli scenari dei film di fantascienza in cui esistono solo gli ziggurat del Grande Fratello.





giovedì 7 luglio 2016

L'IMPORTANZA di DISSIMULARE le PROPRIE CAPACITA'

Aldo Carotenuto (L'anima delle donne, 2001) dà un consiglio importantissimo ai giovani: fare come qui fiori di cui si avverte il profumo, ma che non si vedono perché sono nascosti nel folto della vegetazione.
Il suo discorso prende spunto dal mito di Demetra, a cui è stata rapita la figlia Persefone.  La bella dea, regina delle messi, prima si dispera, poi sceglie di mimetizzarsi, trasformandosi in una vecchia. E lo fa per passare inosservata e poter, così, mettere in atto indisturbata il suo piano per liberare la figlia.


Venendo ai giovani, Carotenuto  suggerisce loro di fare come Demetra: mimetizzarsi, ovverosia nascondere le proprie qualità e i propri progetti. Far bensì percepire il profumo della propria bravura e della propria forza, ma non rivelarle apertamente "subito".
La ragione di questa tattica dissimulatoria, che ricorda molto da vicino la  honesta dissimulatio di cinquecentesca memoria, è presto detta: evitare che il mondo ci attacchi quando non siamo ancora pronti per resistere alle rappresaglie (o più banalmente, alle critiche) che potrebbero fioccare su di noi.
Il consiglio Carotenuto lo estende anche alle donne, che sono l'oggetto del suo libro. Anche le donne, come i giovani, sono a rischio, perché se è facile accettare che una donna sia bella, è difficile, nella nostra società tuttora maschilista, perdonare a una donna di essere brava.
Il consiglio di Carotenuto si può riformularlo anche così: evitate di dar fiducia a chiunque. Cercate di diventare il prima possibile abbastanza perspicaci da non cascare nelle trappole che possono tendervi i malintenzionati.
Insomma: non fate come Pinocchio. Non tutti infatti hanno una fata turchina che li protegge.




lunedì 4 luglio 2016

LA VIOLENZA è per caso CRESCIUTA, di RECENTE?

Il tema della violenza ci sta prendendo la mano e a poco a poco ci stiamo dimenticando che questo blog è nato da una lectio magistralis molto discutibile dello psichiatra Romolo Rossi sull'uomo anziano (citata su Facebook da Lorenzo Leone).
Ma niente paura.
Trattando l'anziano ci siamo resi conto, su suggerimento di Umberto Galimberti, che non è possibile farsi un'idea di come venga considerato oggi l'anziano senza aver prima compreso a fondo come venga considerato oggi il giovane.
E seguendo la pista del giovane, che per la mitologia contemporanea vuol dire soprattutto corpo giovane, siamo arrivati senza neanche accorgercene alla violenza di genere (dell'uomo sulla donna in quanto tale) e poi alla violenza organizzata. Quella della criminalità, che recluta la sua manovalanza o le sue prostitute fra i giovani. E quella dei terroristi e degli apparati repressivi, che si accaniscono entrambi sui giovani. Siano essi blogger (Bangladesh), manifestanti (Messico), periodistas (ovunque), ragazzi di colore che tornano a casa (USA) tossici come Stefano Cucchi (Italia), ricercatori come Giulio Regeni (Egitto) o semplicemente nottambuli come i ragazzi del Bataclan (Francia).

Tornando alla violenza, viene spontaneo chiedersi se nel mondo d'oggi, rispetto a un tempo, ce ne sia, per caso, di più di violenza. O ce ne sia di meno.
La cronaca recente indurrebbe a credere che la violenza sia schizzata alle stelle. Ma la memoria (storica) ci suggerisce di andar cauti e di non tirare conclusioni affrettate.



Un libro che in questo senso ce la sentiamo di consigliare è La violenza dentro di noi e attorno a noi di Vittorino Andreoli (1993).
Un po' vecchiotto, forse. E non sempre rigoroso. Ma siccome è arricchito di molti esempi tratti dalla storia (il che non significa che adotti un metodo d'analisi storica), può servire a ridimensionare l'idea che ci sia in corso una epidemia di violenza senza precedenti.


"Prima della conquista i Messicani erano venticinque o trenta milioni. Dopo un secolo dallo sbarco degli Spagnoli, verso il 1620, sono un milione e seicentomila. L'invasione spagnola ha cancellato un mondo: uomini, dèi, lingua, cultura". (pag. 137)
"I Francescani, non avendo ottenuto conversioni spontanee, pensano di distruggere con decisione gli idoli dei Navajos e di indire una vera e propria crociata. Entrano nei villaggi con la forza e impongono la croce: la conversione o la morte. Se qualcuno recalcitra viene legato a una colonna sulla piazza della chiesa e frustato, o addirittura ucciso". (pag. 139)

Come si vede, sono cambiati gli attori del dramma:  gli aguzzini e le vittime. Ma il bilancio è in rosso oggi.  Come lo era prima.
Nel cinque/seicento, agli albori dell'Europa moderna, gli aguzzini eravamo noi, i cristiani (soldati e monaci) e le vittime erano i nativi pagani delle Americhe, dell'Africa, dell'Asia, dell'Oceania. Oggi le vittime stiamo diventando noi, la gente comune. E gli aguzzini sono le Organizzazioni (criminali, terroristiche) e gli Stati.



Storia vecchia, a ben vedere. Perché la violenza che si accanisce sui civili è una specialità del secolo scorso (dal genocidio degli Armeni ai bombardamenti aerei delle città).
Sì, storia vecchia. Ma anche storia nuova. Perché oggi sono in corso cambiamenti sostanziali di copione e non ci si accanisce più solo sugli avversari politici o sulle minoranze etniche. 
Oggi, a correre seri rischi, sembrerebbe, sono i diritti umani stessi.
Le recenti vicende turche hanno purtroppo confermato in pieno questa constatazione. E la Turchia non è in un altro emisfero. La Turchia è alle porte dell'Europa. La Turchia rischiava persino di entrare a far parte dell'Europa!


sabato 2 luglio 2016

MACELLERIA MESSICANA

Nel sito dell'ISPI non ho trovato nessun accenno alla violazione dei diritti dell'uomo che si perpetuano in molti stati. Spesso a danno dei più giovani. E che in taluni stati, come ci spiega Amnesty International, sono quasi uno stile di governo. Gli studiosi di politica internazionale si occupano di terrorismo, ma non spingono lo sguardo dentro le caserme della polizia e dell'esercito.

La connivenza fra apparati statali e organizzazioni criminali è un aspetto particolarmente inquietante di questa emergenza e in certi stati (come il Messico) è nota da tempo.
Ciudad Juarez, si sa, è una delle città più violente del mondo. Non a caso, perché si trova al confine con il Texas.
Le bande dei narcotrafficanti vi spadroneggiano. 


Ma Ciudad Jarez ha un altro triste primato: i femminicidi seriali che alla fine degli anni '90 hanno fatto strage di ragazze e in particolare di operaie delle maquiladora: si contano 4.500 ragazze sparite e 400 cadaveri rinvenuti. Opera probabilmente dei signorotti della droga e dei loro amici altolocati.
Un capitolo del romanzo di Roberto Bolagno, 2666, è interamente dedicato a queste sparizioni e a questi omicidi. Su di essi è stato fatto anche un film (nel 2006), con Jennifer Lopez e Antonio Banderas: Bordertown.
Naturalmente questi delitti sono rimasti impuniti.
Le scarpette rosse, che sono diventate il simbolo dell'omicidio di genere, sono state impiegate per la prima volta come silenziosa testimonianza dall'artista messicana Elina Chauvet nel 2009, proprio in memoria delle ragazze di Ciudad Juarez. 

(Elina Chauvet)

Ma la cronaca più recente getta una luce ancora più sinistra su questa città messicana e sui nessi che intercorrono fra la violenza organizzata della criminalità, la violenza organizzata degli apparati statali e la violenza organizzata dei terroristi. Secondo l'osservatorio sulla legalità Judicial Watch, a Ciudad Juarez di recente sarebbero sbarcati miliziani dell'ISIS, ospiti dei cartelli della droga. Scopo della "visita", organizzare con la complicità dei narcotrafficanti incursioni negli States.

Si tratta adesso di vedere se l'ISPI vorrà tener conto di questo aspetto e magari gettarà lo sguardo, una volta tanto, oltre la siepe.

mercoledì 29 giugno 2016

RETORICA per VECCHI e RETORICA per GIOVANI





Ai miei tempi c'erano le celebrazioni del 4 novembre, c'era il Piave mormorò, c'era Enrico Toti, c'era Cesare Battisti e, benevolo, sullo sfondo, c'era Muzio Scevola.
No, io non ero un figlio della lupa. Non sono così vecchio. E però sono vissuto nell'epoca democristiana, che aveva cooptato la retorica dell'Italia umbertina, poi diventata, con alcune aggiunte significative (i fatali colli di Roma...) la retorica dell'Italia fascista.

Oggi questo tipo di retorica nessuno sa più neanche cos'è, escludendo alcune frange nostalgiche.
I bambini di oggi non crescono più all'ombra di Cuore e delle guerre d'Indipendenza.
Ciò nonostante la retorica continua ad impazzare imperterrita da tutte le parti e il bello è che questa retorica, come quella di allora, passa inosservata.
In altre parole, chi riceve il martellante messaggio tossico non si rende neanche conto di ingoiare tossine.

Sulla Repubblica di oggi, 29 giugno 2016, sull'ultima pagina c'è una pubblicità a tutta pagina dell'ENI. Il testo dice:
Abbiamo l'energia per vederlo. Abbiamo l'energia per farlo. In 5 continenti, da oltre 60 anni. Grazie al lavoro di tutte le nostre mani.
In alto si vede la manona guantata di un operaio che stringe un bullone. Sotto una mano cibernetica che manovra a distanza un robot. Poi la mano di un biologo che impugna una provetta e infine la mano di un tecnico.
Bene. Scorrendo il giornale a ritroso, a pagina 22, Economia: finanza & mercati, c'è un articolo intitolato: 
Bollette, tornano a salire luce e gas e l'Authority apre un'indagine. Dal primo luglio rincari del 4,3% per il metano e dell'1,9% per l'elettricità. Registrati andamenti anormali nell'offerta di energia da parte degli operatori che hanno alzato i prezzi.

La causa di quest'aumento pare che sia di natura speculativa, visto che in questo momento siamo in regime di prezzi bassi per quanto riguarda le materie prime, ovvero petrolio e gas.
Ma questi dati sono ancora più allarmanti se letti in prospettiva. Nel 2018, infatti, tutti gli utenti passeranno dal mercato protetto al mercato libero e quindi non ci sarà più nessuna Autorità a proteggerli dalle fluttuazioni di un mercato che è chiaramente drogato.

Le Associazioni dei Consumatori si sono immediatamente attivate. Ma intanto il messaggio pubblicitario dell'ultima pagina de La Repubblica il suo lavoro subliminale di propaganda ha potuto svolgerlo lo stesso.
Una propaganda che mira ad accreditare l'idea che il mercato è un toccasana, che mercato e lavoro sono solidali, che l'Italia è un grande e pacifico soggetto economico mondiale.

Ci si augura solo che questo paginone i giovani non l'abbiano visto. Perché magari troppo impegnati a sorridere, bere un Mosquito, agitare le anche.
Oppure che, nel frattempo, abbiano disimparato a credere alle favole.






martedì 28 giugno 2016

LA PIATTEZZA DEL MALE

A proposito di libri. Ho preso in mano, sleggiucchiato qua e là e messo subito da parte (cioè restituito alla biblioteca comunale) Il mondo è piatto (2005) di Thomas L. Friedman, editorialista del New York Times.
Se non avessi un certo grado di autostima, di fronte a uno che ha vinto tre premi Pulitzer farei come gli altri blogger che hanno recensito il volume. Mi perderei, cioè, in lodi sperticate.
Invece ho subito pensato che  i giornalisti dovrebbero fare i giornalisti e non i politologi o i sociologi o gli economisti.



Il mondo è piatto è un'abile glorificazione del mondo globale interconnesso, spacciato per il migliore dei mondi possibili. Una miniera di opportunità straordinarie a portata di tutti. Basta volerlo! Con delle sacche di resistenza, ovviamente, che corrispondono a quelle parti del mondo in cui il mondo non è ancora diventato piatto: esempio l'Africa e il mondo arabo. Ma sono sacche di resistenza che non mettono in discussione l'ineluttabile evoluzione del mondo verso la prosperità condivisa.

Orbene. Cosa c'entra il mondo è piatto con questo blog?
Beh, c'entra nella misura in cui io sono a caccia da giorni di libri che mi spieghino alcune nefandezze che avvengono nel mondo, ad ogni latitudine. Nefandezze che, a quanto pare, sfuggono alla percezione dei più. Perché i più, per quanto intimoriti da certi eventi (l'emigrazione in primis) vorrebbero tanto ritornare a cantare Sapore di sale...sapore di mare. E tutte queste cose cercano perciò di rimuoverle, di negarle, di non vederle.
Oppure, le "vedono", perché in qualche modo gliele propone la cronaca. Ma non le connettono fra di loro. Prendono atto della singola tessera del puzzle (i federali che sparano sugli insegnanti in Messico, gli estremisti islamici che fanno strage di donne e bambini in Nigeria...), ma non gli passa nemmanco per la testa che queste singole schegge di "nera", reiterandosi ogni giorno, possano fare tendenza.

C'è però un'altra ragione per cui il mondo è piatto entra in questo blog. Sarà pure diventato piatto il mondo, ma se lo è diventato lo è diventato perché, interconnessione a parte, si è generalizzato lo sfruttamento, l'omicidio di stato, l'influenza della criminalità organizzata, il deprezzamento della vita umana e nella fattispecie l'insulto permanente alla vita e al corpo dei giovani e delle donne.

Credo che i sussulti economici, politici, sociali che stanno scatenandosi come violente mareggiate sulle parti piatte del mondo (Europa innanzitutto) smentiscano fin da ora clamorosamente l'ottimismo di questo libro e costituiscano la miglior recensione al tentativo di Friedman di presentare il mondo come una nuovo paradiso terrestre (digitale).




lunedì 27 giugno 2016

LA VIOLENZA CONTRO I GIOVANI





Un blog che parla di vecchi non può non tener conto dei giovani. Un po' perché i due mondi sono in un certo senso speculari. E un po' perché i vecchi, come è noto, hanno l'animo dei nonni.
Fatta questa caramellosa premessa, ciò che colpisce nella cronaca di tutti i giorni è la frequenza delle aggressioni ai giovani.
Parliamo di violenza vera e propria, quella fisica, materiale. E pensiamo innanzitutto ai morti ammazzati per mano delle polizie e delle formazioni paramilitari di molte parti del mondo. Messico in testa.


Un libro che mi deluso, semplicemente perché non ha risposto alle domande che mi frullavano per la testa, è La violenza, di Vittorino Andreoli, neurologo e psichiatra (Rizzoli 1993).
Non si tratta di una novità, come si arguisce. Ma io aborro dalle novità e sono socio di una biblioteca comunale. Il prossimo libro che leggerò è l'opera omnia di Vilfredo Pareto. Sono sicuro che mi fornirà degli spunti per capire il dilagare delle narco-mafie nel mondo e l'involuzione violenta e autoritaria di stati come il Messico, nostro partner commerciale privilegiato!

Ma tornando ai giovani, è stupefacente come se ne abusi ovunque.
Andreoli racconta episodi raccapriccianti sulla tratta di bambine asiatiche, sbarcate al John Fitgerald Kennedy Airport e avviate verso l'attico di qualche ricco seviziatore, che ne abusava a volte fino alla morte.
Sembra di leggere le pagine di American Psycho di Breat Easton Ellis.   



domenica 26 giugno 2016

RIMUOVERE L'APPETITO FA MALE ALLA SALUTE?


Massimo Montanari è uno storico dell'alimentazione che io apprezzo molto. Ma in La cucina italiana (storia di una cultura), Laterza 1999, secondo me ha sbarrocciato e alla grande.
Non so se l'ultimo capitolo, dedicato all'appetito e alla sua progressiva rimozione nel corso del Novecento, sia di Montanari o del coautore, Alberto Capatti.
Certo è un capitolo in cui lo storico si fa prendere la mano dall'ideologo e tutta la dissertazione trasuda di un'acuta nostalgia per i bei tempi in cui il ghiottone era il celebrato protagonista della scena. I "bei" tempi dei cento cappelletti per iniziare il pranzo, del ventre grosso, della ciccia, del burbero oste fiorentino, delle donne romane che avevano sederi così imponenti da  tappare i vicoli.


Ma con chi se la prende esattamente Montanari?
Beh, difficile dirlo, perché se la prende un po' con tutti.
Se la prende di striscio con Pellegrino Artusi, reo di aver irriso, fra i primi, agli eccessi della convivialità, sia in entrata sia in uscita: cioè le montagne di cappelletti e le  micidiali diarree.
Se la prende con Marinetti, che lancia una crociata contro la pastasciutta (i maccheroni, puah), simbolo del borghese panciuto e imbelle. Poi coi fascisti che (udite udite!) criticano l'antipasto tipicamente italiano con salumi e sottaceti. Poi con i morigerati anni cinquanta, che consacrano la dietetica della bellezza (il Cucchiaio d'argento). E infine con l'epoca (la nostra) in cui a trionfare sono i miti salutistici, a partire dalla Dieta Mediterranea.
Ma cos'è che intravvede Montanari sullo sfondo di questa involuzione (perché tale appare ai suoi occhi)? 
Beh, intravvede la rimozione dell'appetito e, a monte, addirittura la rimozione del corpo.
"La pancia, il doppio mento, onore e vanto dei primi gastronomi, non risultano solo inattuali ma ridicoli. Le labbra unte, le narici dilatate, la mano che brandisce l'osso e la coscia del pollo appaiono ora sconvenienti".
A me, leggendo tutto questo, mi sembra di assistere alla sequenza di un film di Tinto Brass, e sinceramente faccio fatica a seguire Montanari quando rimpiange i bei tempi in cui mangiar molto era anche godere di buona salute (pag. 353).
Da un lato mi viene in mente Pasolini e la sua mistica delle lucciole.
Contemporaneamente mi viene in mente che i miei antenati  - tutti borghesi, tutte buone forchette - sono morti intorno ai 60 anni chi di trombosi, chi di infarto, chi di diabete.
Infine mi viene in mente che, mentre i miei antenati crapulavano ad oltranza attorno alla tavola a partire dalle sei di sera (uno scenario simile a quello dei lauti pranzi della Montagna incantata), a pochi chilometri dai loro palazzi milanesi di via Ariosto, c'erano centinaia di contadini che impazzivano per la malnutrizione. La quale allora assumeva il nome più clinico e asettico di Pellagra.







sabato 25 giugno 2016

VIVERE MALE per MORIRE SANI... CHE SENSO HA?

Questa è la controdeduzione che produce chi si rifiuta di modificare il proprio stile di vita e soprattutto di mangiare meglio. 
Tradotto in parole povere: a che pro dovrei sacrificarmi, mortificando il palato e lo stomaco? Tanto si deve morire comunque e cosa ci guadagno rinunciando a tante cose buone se poi il risultato è sempre quello?




L'insipienza di chi fa queste considerazione è davvero gigantesca. Tanto gigantesca che viene subito il sospetto che ci sia dietro qualcosa.
Di queste persone io ne conosco parecchie e in genere si tratta di persone attaccatissime alle tradizioni e alle abitudini. Sono persone che idolatrano il salame, il tortellino, il caciocavallo, la mortadella, la fiorentina e via di questo passo a seconda della regione di appartenenza.  
Piuttosto di modificare di uno spillo abitudini che hanno appreso negli anni si farebbero garrottare. Se vengono a patti, è solo perché glie lo ha detto il medico, quando ormai il danno è stato fatto e hanno scoperto di essere ipertesi, diabetici e quant'altro. 
Ma spesso, anche in questo caso la tentazione di trasgredire è troppo forte: tanto c'è la  pilloletta che li dispensa dal modificare le proprie dannosissime abitudini.
Un caso tipico è quello del forte fumatore, che non si arrende a volte neanche di fronte all'evidenza di un infarto. Altro caso limite è quello dell'alcolizzato.
In realtà il fumatore e l'alcolizzato sono in buona compagnia. Fanno più scalpore. Subiscono chi più chi meno la condanna sociale. Ma non sono soli affatto. Anzi. 



E' consolante quello che dicono le statistiche:  il consumo di carne suina recentemente è calato del 20%. Ma il rifiuto ad adottare uno stile di vita più sano è radicato molto in fondo nella psiche di tanti di noi. E non  se ne viene a capo leggendo le riviste femminili.

Comunque, per chi volesse documentarsi, consiglio un libro del 2014, abbinato al Corriere della Sera: Carlo Vergani e Giacomo schiavi, Ancora giovani per essere vecchi.
Il primo è un geriatra, il secondo è un giornalista. Il sottinteso di questo libro veramente illuminante potrebbe essere esemplificato dalla seguente frase di Vergani: il passato ci segue sempre!