domenica 14 agosto 2016

Il SUICIDIO: un GESTO INSANO o una RESA?

(Jean Rustin)

Nell'ultimo post, per purificare l'aria inquinata dal fatale pessimismo di Houellebecq, si invitava il lettore ad aderire alla antica prassi greca dell'epimeleia heautou. Cioè del prendersi cura di se stesso. 
Ne parla con amabilità Michel Foucault nel suo Corso al Collège de France del 1983-1984.
Intendiamoci: il prendersi cura di se stesso non consiste banalmente nel coltivare la danza classica, come fa Isabelle, la donna di Daniel, il protagonista di La possibilità di un'isola, 2005. Un palliativo, un tentativo vano di prevenire il decadimento del suo splendido corpo, che sfocerà nel suicidio di Isabelle al compimento dei 40 anni.
Può consistere, come suggerisce Umberto Galimberti sulla falsariga di James Hillman, nell'assai più sottile pratica di svelare se stessi.
Stiamo parlando di una sorta di percorso iniziatico. Un passo che può compiere l'individuo singolo quando giunge al cospetto del proprio invecchiamento e si sforza di riempire il vuoto in cui la cultura del nostro tempo lo abbandona in attesa della rottamazione finale.
Houellebecq, coerentemente con le sue premesse (Siamo dei corpi, siamo innanzitutto, principalmente e quasi unicamente dei corpi...), non contempla questa possibilità. I suoi personaggi vivono solo di sesso e quando lo scambio sessuale comincia a diventare problematico, perché il corpo non è più in grado di suscitare dei desideri, i suoi protagonisti escono di scena.

Qualunque cosa sia, l'epimeleia heautou potrebbe essere un alternativa al suicidio. Che in Houellebecq più che un gesto insano si configura come la resa inevitabile di una umanità che ha investito tutto nella giovinezza e nell'amore fisico. 

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