mercoledì 31 agosto 2016

LOMBATINA DI BELLA RAGAZZA

Che cosa spinge un uomo  al consumo visivo delle giovani donne: l'up skirt (sbirciare in su sotto la gonna), il nipples (sbirciare i capezzoli), il downblouse (sbirciare le scollature)?

Ne parliamo qui perchè Lorella Zanardo, ne Il corpo delle donne (2010) fa esplicito riferimento a queste pratiche quando analizza alcuni spettacoli di intrattenimento televisivi: per esempio Mezzogiorno in famiglia, con Stefania Orlando che si dondola su un'altalena spiata dalla telecamera sotto la gonna.

La domanda può essere naturalmente rovesciata: cosa spinge le donne a farsi sbirciare da sotto in su, dentro la gonna, come fa per esempio Stefania Orlando?

A mio parere chi predilige queste cose è un bamboccione. E lo dico senza paura di essere offensivo, perché io stesso trovo intriganti queste "pratiche". Dunque non faccio il grillo parlante. E non recito neanche il mea culpa. Ammetto semplicemente che nel gioco dell'eros l'uomo latino spesso si porta dietro dei retaggi "infantili", degli imprinting maturati negli anni in cui imperava una certa sessuofobia di regime.




Ricordate Pierino, ovvero il bravo Alvaro Vitali, quando sbirciava belle gnocche nei panni di compiacenti professoresse? Siamo all'inizio degli anni '80. Sono le prime pellicole della commedia sexy all'italiana. E pensare che vent'anni prima, nei campus americani, era "esplosa" la rivoluzione sessuale!
Poi, nell'incipiente era berlusconiana, la beceraggine si fa più spinta con lo spogliarello delle casalinghe di Colpo grosso, la trasmissione condotta da Umberto Smaila (1987-92). Per finire, l'esibizione delle ninfette in Non è la Rai di Buoncompagni e Ghergo (1991-95), che apre la strada alle veline di Striscia la notizia.

Domanda: quanti ragazzi, che oggi sono uomini, negli anni '80 si sono consumati gli occhi sulle grazie della Fenech, come i ragazzi della mia generazione si sono consumati gli occhi sulle gambe delle gemelle Kessler? E che tipo di personalità ha forgiato questa iniziazione?

Non è una domanda retorica. C'è infatti un risvolto molto penoso in tutta questa faccenda, anche se può sembrare solo una inoffensiva goliardata.
Che immagine della donna hanno interiorizzato i ragazzi che si sono formati su queste pellicole sessiste? e che immagine di se stesse hanno interiorizzato le ragazze che vedevano donne dell'età delle loro madri spogliarsi in pubblico per la gioia dei telespettatori?

Un corpo fatto per essere consumato con gli occhi da maschi interessati solo al dettaglio fisico. Un corpo da consumare a pezzi: controfiletto, lombatina, biancostato... Ecco cos'è la donna nell'immaginario nostrano.










martedì 30 agosto 2016

IL CORPO DELLE DONNE: istruzioni per l'uso





Leggendo il libro inchiesta di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli, 2010 (più interessante per certi versi del documentario) non si può non convenire che la televisione italiana è volgare, sessista, ingiuriosa, inqualificabile. Dopo di che ci si chiede: ma perché nessuno interviene? E se lo chiede anche l'autrice, anche se non fornisce una risposta circostanziata.

Però il libro ci offre alcuni spaccati di vita vera, che sono già una risposta alla domanda. Come quando la Zanardi rievoca una sua visita a un direttore di una grande azienda. Sulla scrivania una copertina di Panorama con una ragazza nuda e la scritta Toccami. Alle sue spalle il Calendario Pirelli: mese di ottobre, una donna africana nuda. All'ingresso dell'azienda un cartellone pubblicitario con una ragazza sdraiata seminuda.

Io ho bazzicato per anni il mondo dell'azienda e debbo dire che è altrettanto sessista e inqualificabile quanto la televisione.
Solo che la Televisione ha un codice deontologico che proibirebbe lo sfruttamento e il vilipendio del corpo femminile. 
Ma questo codice non viene rispettato e... nessuno interviene!

Il trait d'union è la becera cultura dei maschi italiani: cultura da bar sport, da officina meccanica rivestita di calendari di maggiorate... e prima ancora, cultura da caserma e da bordello fascista.
Al primo incontro, fra maschi, in un'azienda, ci si saggia subito con qualche battuta salace. Il capo dà quasi sempre il "buon" esempio e gli altri... a seguire. Battute sulle donne (o contro le donne). Battute a volte sulle colleghe (o contro le colleghe).
I primi tempi, io non capivo perché su un'ora di riunione, venti minuti andassero sprecati in convenevoli pecorecci. Usanza tipica del commerciale. Ma non esclusiva del commerciale. Poi l'ho capito: vilipendere il corpo delle donne era una tecnica per mettere a proprio agio gli altri maschi presenti. Per auto ringalluzzirsi e ringalluzzire i presenti tramite una affermazione di orgoglio guerriero.

Questo atteggiamento è trasversale. Riguarda la destra, come la sinistra. Il manager anziano e il pischello. Dalle aziende si diffonde come un fumo tossico nelle palestre, nei giornali, nelle agenzie pubblicitarie, nei consigli comunali, nei consigli d'amministrazione, nelle redazioni e, per l'appunto, negli studi televisivi.


In questa faccenda il sesso, il piacere erotico, la bellezza non c'entrano niente. Si può essere cultori dell' up skirt (e io sono fra quelli), cioè si può essere un po' (o un po' tanto) guardoni e feticisti e ciononostante mantenere "segreta" questa predilezione, evitando che offenda le esponenti dell'altro sesso.
Alla stessa maniera, si può essere ragazze un po' esibizioniste, orgogliose dei propri attributi - sagacemente diffusi per il corpo -si può tentare di usarli come armi di seduzione e, ciononostante, non essere delle veline o delle olgettine.
Cioè dei corpi giovani venduti al guardone di turno.

Qui c'entra la foia tutta di testa e, per giunta, esibita socialmente, dei latini (non siamo solo noi italiani a sezionare in televisione il corpo delle donne. Andate a vedere per cortesia su Youtube i programmi di intrattenimento brasiliani sulla biancheria intima per donne e poi mi sapete dire).
Una foia mentale e di cricca a cui raramente corrisponde una baldanza erotica de facto. La stessa foia mentale immortalata dai film di Federico Fellini e dall'avanspettacolo di Macario. Una foia che il passare dei decenni non ha attenuato o decantato. E lo comprova (per la Francia questa volta), la magistrale letteratura di Michel Houellebecq sul fresco corpo giovane e sul corpo che, ahimè, ha oltrepassato la giovinezza.

Un'occasione grossa l'abbiamo persa, noi Italiani. E l'abbiamo persa quando i signori padri e le signore madri non hanno avuto la sensibilità di contestare lo spettacolo messo su da Gianni Buoncompagni e Irene Ghergo: Non è la RAI (1991-1995). 




Contro questa trasmissione "oscena", di un lolitismo al limite dalla pedofilia, non si è scagliato quasi nessuno, nell'area laica. A parteVasco Rossi e Telefono Azzurro.


"Qui (in televisione) la donna è considerata a tutti gli effetti un essere inferiore: viene delegata a incarichi d'importanza minima... ed è costretta a farlo in modo mostruoso, cioè con femminilità. Ne risulta una specie di puttana che lancia al pubblico sorrisi di imbarazzante complicità e fa laidi occhietti". (Pier Paolo Pasolini, 1972)





lunedì 15 agosto 2016

RACCONTARE LA REALTA'

"La vita comincia a cinquant'anni, è vero; a parte che finisce a quaranta".
Questa è una dei tantissimi aforismi di cui è piastrellata la narrativa di Michel Houellebecq. 
I quarant'anni sono l'ossessione di Houellebecq. Nel momento in cui Isabelle, l'amante e moglie del protagonista di La possibilità di un'isola (2005) compie quarant'anni, il suo corpo è già un preannuncio di decadimento:

"Talvolta, quando ci preparavamo per andare in spiaggia e lei si infilava il costume da bagno, nel momento in cui il mio sguardo si posava su di lei, la sentivo cedere leggermente, come se avesse ricevuto un pugno fra le scapole... Conoscevo lo sguardo che poi aveva: era quello, umile e triste, dell'animale malato che si allontana di qualche passo dal branco, che posa il capo sulle zampe e sospira piano, perché si sente colpito e sa che da parte dei suoi simili non dovrà aspettarsi alcuna pietà".



Possibile che dal 1994 (Erica Jong) al 2005 (M. Houellebecq) il feticismo della giovinezza abbia fatto così tanti passi in avanti da retrodatare di 10 anni il momento dell'usura del corpo? 

Butto lì. Forse ai tempi della Jong la paura era quella di perdere l'avvenenza. E dunque i cinquanta erano una minaccia concreta. Forse ai tempi di Houellebecq (che poi sono i nostri) la paura è quella di non essere più classificati come giovani.
In tal caso i quarant'anni, mi viene da obiettare, non sono più una garanzia. Certo, puoi restare in forma come riesce a restare in forma Isabelle a costo di immani sacrifici. Ma, bella o non bella, non potrai mai più essere una Lolita. Né a quaranta, né a trenta.

Leggendo Houellebecq ci si chiede: ma anche LUI ci crede a questa mistica "laica" delle carni sode e del godimento carnale o lo fa semplicemente credere ai suoi personaggi, per poter essere come Daniel, un pungente osservatore della realtà contemporanea?




I media semplificano, è ovvio. Poi stacchi gli occhi dal teleschermo e cosa percepisci? Percepisci corpi giovani afflitti da malattie che un tempo non erano neanche contemplate a questa età (segno che qualcosa è rimbalzato dall'alimentazione e dall'ambiente alla genetica). Percepisci corpi giovani che si divertono ingozzandosi compulsivamente di patatine, hamburgher e alcool a gogo (nell'ipotesi migliore). Percepisci una moria di salute, di speranze e di progetti di vita (nonché di future pensioni). Percepisci, in chi non è più giovane, la paura non del futuro, ma - ciò che è peggio - del presente. Mentre cioè il patrimonio della gioventù viene dilapidato, la mezza età si ripiega -ignava- su se stessa.

Percepisci in altre parole una realtà in cui i 4colori della carta patinata diventano il grigio sporco delle nostre strade e in cui il reale "ad una dimensione" dei media si frantuma in tanti pezzi di vetro con cui è difficile comporre un puzzle dotato di senso.

E allora vien da chiederti: ma qual è il compito di un narratore? raccontare la realtà nei suoi diversi snodi (ammesso che sia possibile). Oppure, adottare come punto di vista la visione messa in giro dalla pubblicità e dai media: la vita come gioco. Il che comporta che la vita, per tutti quelli che non sono giovani e bellissimi, diventa per tutti gli altri una cosa grottesca, disperante, indegna di essere vissuta. Come nei romanzi di Houellebecq

Una cosa è certa: a lettura ultimata, resta un rammarico. Che la dimensione edonistica (per pochi) a cui si è ridotto il nostro ideale di vita, non consenta a un narratore contemporaneo di raccontare storie complesse e ricchi di sfumature come quelle che un Thomas Mann raccontava nei suoi romanzi e nei suoi racconti.


Suggerisco, per rifarsi la bocca, di andare a leggere, o rileggere, Unordnung und fruhes Leid.




domenica 14 agosto 2016

Il SUICIDIO: un GESTO INSANO o una RESA?

(Jean Rustin)

Nell'ultimo post, per purificare l'aria inquinata dal fatale pessimismo di Houellebecq, si invitava il lettore ad aderire alla antica prassi greca dell'epimeleia heautou. Cioè del prendersi cura di se stesso. 
Ne parla con amabilità Michel Foucault nel suo Corso al Collège de France del 1983-1984.
Intendiamoci: il prendersi cura di se stesso non consiste banalmente nel coltivare la danza classica, come fa Isabelle, la donna di Daniel, il protagonista di La possibilità di un'isola, 2005. Un palliativo, un tentativo vano di prevenire il decadimento del suo splendido corpo, che sfocerà nel suicidio di Isabelle al compimento dei 40 anni.
Può consistere, come suggerisce Umberto Galimberti sulla falsariga di James Hillman, nell'assai più sottile pratica di svelare se stessi.
Stiamo parlando di una sorta di percorso iniziatico. Un passo che può compiere l'individuo singolo quando giunge al cospetto del proprio invecchiamento e si sforza di riempire il vuoto in cui la cultura del nostro tempo lo abbandona in attesa della rottamazione finale.
Houellebecq, coerentemente con le sue premesse (Siamo dei corpi, siamo innanzitutto, principalmente e quasi unicamente dei corpi...), non contempla questa possibilità. I suoi personaggi vivono solo di sesso e quando lo scambio sessuale comincia a diventare problematico, perché il corpo non è più in grado di suscitare dei desideri, i suoi protagonisti escono di scena.

Qualunque cosa sia, l'epimeleia heautou potrebbe essere un alternativa al suicidio. Che in Houellebecq più che un gesto insano si configura come la resa inevitabile di una umanità che ha investito tutto nella giovinezza e nell'amore fisico. 

sabato 13 agosto 2016

UN ESPERTO DI VECCHIAIA: HOUELLEBECQ

Ho cominciato dal romanzo più ovvio: Soumission (2015). Poi sono tornato indietro: La possibilité d'une ile (2005) e Les particules élémentaires (1998).
Ovviamente ho colto l'aspetto che più mi interessa : la (tragica) FINE della GIOVINEZZA. Battutaccia: l'aspetto di Houllebecq sembra confermare in pieno una delle sue tesi di fondo, che cioè dopo i quarant'anni non ci sia più speranza. 



In vita mia non ho mai visto un sessantenne più devastato di lui. Forse perché è un tabagista. Forse perché ha vissuto "male" (ma le cronache non confermano questa supposizione). Fatto sta che Houellebecq più di chiunque altro sembra inpersonificare l'usura del corpo. E a guardarlo (e a leggerlo) ti viene istantaneamente l'istinto di correre in palestra. Anche se lui non fa sconti e sembra pensare che non vale proprio la pena di tentare alcunché. Svoltato l'angolo della giovinezza, è inutile farsi illusioni. Qualunque cosa tu faccia, sei spacciato.

Mi rendo conto che non si dovrebbe parlare in modo così frivolo e scanzonato di un "grande" autore.
Ma lo è, poi, un grande autore?
La mia reazione istintuale di lettore di lungo corso dice di sì. Con lui ho fatto quello che non ho mai fatto con nessun altro autore di romanzi: prendere la penna e sottolineare le sue frasi ad effetto, le sue massime. Sarà che Houellebecq non si limita a raccontare. Lui racconta e argomenta. Argomenta e racconta. 
Ma, attenzione, le due cose si intrecciano perfettamente.
Il francese non è di quegli scrittori (e ce ne sono stati tanti) che interrompe la narrazione per inseguire una digressione qualsivoglia. Filosofica, di costume, anedottica o che dir si voglia.
No! Lui fa diventare l'argomentazione carne e sangue della storia. E non ha importanza che a spararla grossa sia lui, l'AUTORE, o uno dei suoi personaggi. Ciò che conta è che il pugno, da qualunque parte provenga, arrivi a centrarti in pieno nel mezzo dello stomaco.

Non so come possa giudicarlo un giovane questo catastrofico romanziere saggista. Non ho la minima idea di come possa, per esempio, reagire una lolita di 15 anni a leggere i suoi pensieri tristi sulla vita, sulla bellezza, sul desiderio del corpo etc. etc. Forse una lolita manco lo legge Houellebecq. Forse una lolita o non legge o legge storie un po' più commerciali.
Io sono più vecchio di lui e cosa passi nella testa di una lolita non lo immagino proprio, anche perché non ho figlie e, va da sé, non ho amanti adolescenti.
So vagamente cosa passa nella testa di un settantenne e debbo dire che Houllebecq per uno della mia età può essere altamente contagioso. In fondo le cose che dice sono abbastanza "vere". E anche se non sono "vere" fino in fondo, ciò che chiunque capisce subito è che non ha senso contestargliele. Houellebecq è sicuramente in buona fede e le sue considerazioni val la pena di prenderle per buone anche solo per lo spazio di un minuto.

Poi, magari, conviene riandare a leggerle un suo conterraneo e soffermarsi più costruttivamente sulla epimeleia heautou di cui discetta Michel Foucault nelle sue ultime lezioni al Collège de France.