lunedì 25 novembre 2019

SI E' PIU' APERTI DA GIOVANI? O SI E' PIU' APERTI DA VECCHI?



Intervista a un vecchio che non si è dimenticato di quand'era giovane. Lo scrittore Pietro Cabrini disquisisce sulla sua vecchia.



(lo scrittore Pietro Cabrini)


Apparentemente il giovane è aperto al mondo e il vecchio è ripiegato su se stesso. Dico apparentemente, perchè non ne sono per niente convinto.
Oggi, che sono vecchio, io frequento poche persone e le frequento per giunta superficialmente (quando però sono in società parlo ininterrottamente e chi riesce a fermarmi non è ancora nato). Ieri invece avevo un'agendina esorbitante. Ma se penso a tutto il tempo che dedicavo al lavoro, mi viene da pensare che forse ieri ero più CHIUSO di quanto non lo sia oggi.

Certo, oggi faccio la vita del pensionato, cioè vivo in un territorio di 20 km quadrati. Tranne quando viaggio, il che avviene poche settimane all'anno. Mi occupo della casa (manutenzione permanente), della salute (altra manutenzione permanente), faccio la spesa, cucino, leggo, sto al computer, vedo raramente gente, chiacchiero con mia moglie, passeggio. Ma quando ero sulla breccia, cosa facevo di più? Facevo di più, questo è certo. Ma ero talmente concentrato sulla mia meta professionale del momento, che in fondo in fondo avevo persino meno centri di interessi di adesso. La mia vita si muoveva su un doppio binario: lavorare e rilassarsi (ovvero distrarsi, dimenticare il lavoro). A volte ero preso tutto dal lavoro e non trovavo neanche il tempo per distrarmi. Altre volte aspettavo tutto il giorno il momento di distrarmi.

Questa è d'altronde la vita dell'adulto.

Sicuramente è più "attiva" di quella del vecchio, nel senso che l'adulto si sbatte di più. Ma non venite a dirmi che è più aperta al mondo, più relazionale, più significativa. Può esserlo, ma non è detto... non è scontato affatto.
E allora, da dove viene l'impressione che il vecchio stia praticamente solo vivacchiando?
Probabilmente viene dal fatto che la vita del vecchio è più grigia, più ripetitiva, più lenta, più monotona, più appartata. Mentre quella dell'adulto è tutta una agitazione, è tutto un rumore. Epperò stingi stringi, c'è poco, a mio parere, dietro questo frastuono. Non sempre, in altre parole, l'adulto affronta sfide significative, impara, cresce, si affina, si arricchisce. 

Ma come non è inevitabile che un vecchio viva isolato, così non è inevitabile che un adulto viva totalmente assorbito dal suo lavoro.

sabato 19 ottobre 2019

INVECCHIARE FA MALE?


lo scrittore Pietro Cabrini

Abbiamo chiesto a uno scrittore che NON sta emergendo (probabilmente per colpa sua) se invecchiare... fa male.

Dipende.

Da che cosa?

Da chi si è stati in gioventù e da adulti.

Si spieghi meglio.

Beh, se da giovani si è stati degli scapestrati, dei balordi, gente pronta a fare e disfare, cultori dell'amore e del... tabacco. Beh a quel punto invecchiare può significare solo due cose: ammalarsi o pentirsi. Se ti ammali non hai tempo per pensare alla vecchiaia. Se "ti penti" hai buone possibilità di diventare vecchio. Ma difficilmente smetterai di rimpiangere i tempi in cui eri uno scapestrato e un balordo.

Questo è quello che è capitato a lei.

Esattamente. Io sono morto una volta. Ma mi hanno "ripescato". Da allora sono diventato un pentito. E non c'è giorno in cui non rimpianga quello che ero un tempo, malgrado abbia buttato via i miei anni migliori.

La scrittura le serve a vivere meglio la vecchiaia?

Sicuramente. In fondo io scrivo per elaborare il lutto.

Quale lutto?

Il lutto per la perdita del mio IO precedente.



lo scrittore Pietro Cabrini da giovane



domenica 25 settembre 2016

VECCHIO, LASCIATI ANDARE OGNI TANTO!

Abbiamo visto come John Hawkes (Arance rosso sangue) rivaluta l'eros della maturità, giudicando goffo e maldestro l'eros della giovinezza. Un colpo inferto al pensiero unico, cioè all'ideologia americana del corpo giovane. Un colpo che non modificherà sicuramente le convinzioni vigenti. Ma intanto... come si suol dire, gutta cavat lapidem...
Con Arance rosso sangue siamo nel 1970. Facciamo ora un salto indietro di 400 anni e vediamo cosa ha da dirci in proposito un vero saggio come Michel de Montaigne (La torre del filosofo).



"Le  condizioni della vecchiaia mi ammoniscono fin troppo, mi rendono saggio e mi fanno la predica. Dall'eccesso di gaiezza sono caduto in quello della severità più fastidiosa: è il motivo per cui mi lascio andare adesso un po' alla sregolatezza a bella posta, e occupo talvolta l'animo con dei pensieri folli e giovani...". 

Altro che rivalutazione della senilità in stile Ciceroniano! Qui non ci si limita a teorizzare la necessità di tenere sotto controllo gli istinti, evitando ogni eccesso, come predicavano i Greci e i Romani (da cui la "superiorità" della vecchiaia). Qui l'imperativo  di restare padroni di se stessi, che Montaigne avverte come un imperativo categorico, lo porta a forzare il principio del giusto mezzo, attribuendo alla vecchiaia il compito (udite, udite!), di pazziare ogni tanto. Cioè di rinunciare ogni tanto all'esercizio della moderazione e della compostezza, che invece conviene ai giovani, portati di loro all'eccesso.


"La saggezza ha i suoi eccessi e non ha minor bisogno di moderazione che la follia."

Insomma: va bene che Alcibiade si dia una calmata. Ma è anche opportuno che Socrate ogni tanto si prenda un "anno sabbatico".



mercoledì 7 settembre 2016

OLTRE CICERONE




Cicerone elogia la vecchiaia, come è noto. E lo fa nel nome della atarassia. Il vecchio è colui che non soffre oramai più le pene d'amore e che non è più angustiato dai problemi della vita attiva.
Ma John Hawkes va ben oltre e addirittura rovescia lo schema di Cicerone, mettendo in discussione il luogo comune che vuole la giovinezza come l'età dei trionfi d'amore. Ascoltate per esempio come elogia l'erotismo dell'età matura attraverso le parole del protagonista di The Blood Oranges (1970), il fascinoso Cyril:


La giovinezza non ha il monopolio dell'Amore. La linfa non scorre solo nei giovani. In tutte le mie avventure e in tutti i miei studi diligenti ma spassionati della letteratura erotica non ho trovato nulla che giustificasse le espressioni felici di totale sicurezza che leggiamo in genere sui volti superficialmente attraenti di tanti giovani uomini e tante ragazze ancora giovani. Essere spavaldi, vivaci, col corpo tornito e lo sguardo limpido non significa necessariamente essere i più capaci fra coloro che vengono buttati al centro dell'arazzo rosa. Chiunque avesse un minimo d'occhio per il sesso avrebbe riconosciuto nelle figure pienamente mature del nostro quartetto (Cyril, Fiona, Hugh, Catherine) un'esperienza, una finalità e una costanza appena accennate nelle posture affettate delle ragazzine che se ne stanno con il pollice agganciato nel bikini e le gambe brune rigidamente divaricate. Eravamo quattro allora, non solo due, e nel nostro quartetto la linfa d'annata fluiva liberamente, fluiva e stillava e ribolliva come forse mai più. Può la giovinezza vantare tanto?

Dunque l'età matura che trionfa sulla giovinezza nell'Arazzo d'amore (questo il titolo con cui Arance rosso sangue è originariamente apparso in Italia).
Ammettiamolo: è un punto di vista nuovo per noi, che siamo condizionati dal mito americano della giovinezza. Un punto di vista che meriterebbe di essere approfondito e difatti ci ripromettiamo di farlo.
Uno schiaffo per il catastrofismo giovanilista di Michel Houellebecq e per tutti coloro, come lui, che ritengono spacciati (leggi da rottamare) quelli che non esibiscono più un corpo perfetto (riviste di moda, stilisti, pubblicitari...).  
Uno spostamento, alla fin fine, dell'asse concettuale erotico: dalla fisicità alla personalità, dal guardare al provare, dall'esibirsi al relazionarsi.





sabato 3 settembre 2016

MASCHIETTI E FEMMINUCCE




Anche con le migliori intenzioni e anche nelle cose più innocenti si può cadere nel sessismo, cioè in un atteggiamento che discrimina sulla base del sesso. Come in questo "innocente" manifesto, affisso in un comune lombardo, in prossimità dell'apertura dell'anno scolastico.
Lo so: oggi fare questo tipo di controdeduzioni, che negli anni sessanta venivano etichettate come controcultura, è decisamente out. Minimo minimo ti senti accusare di essere un radical-chic, cioè uno di quelli che leggono Le Monde e che hanno una visione elittaria del mondo (è successo a me su facebook di essere aggredito da due troll della Rete proprio perché citavo Le Monde). 
Oggi è di moda considerarci assolutamente tutti uguali. Non nei diritti, beninteso, e nei doveri, il che è sacrosanto. Ma anche nell'intelligenza, nella cultura, nella prestanza. Dopo di che abbiamo l'effetto Umberto Eco, ovverosia la rete invasa dai pensieri triti e ritriti di quelli che, ahimè, non sanno né pensare né scrivere, ma parlano e scrivono lo stesso ... ad abundantiam.

Tornando all'anno scolastico incipiente di Pietra de' Giorgi. Questo manifesto non indulge, beninteso, al melenso sessismo degli anni '50. 



Ma qualcosa di questa cultura, che in Italia è trasversale e sconfina in un tratto antropologico, trapela anche in questa affiche, dove il maschietto alza il braccio bello tronfio e sicuro di sé (io, io, maestra/o, lo so io...), mentre la bambina, chiaramente una orientale, è adagiata chete cheta con il mento sui libri (e sulla bandiera italiana) e guarda - soddisfatta, sorniona, oziosa? in tutti i casi passiva - verso di noi. Un mela (forse quella di Adamo ed Eva) fa da testimonial, insieme ai libri, alla bella scenetta.

Peccato che ragionar di stereotipi sessisti oggi non paghi, come ci testimonia Lorella Zanardo ne Il corpo delle donne, quando si sente chiedere dalle ragazze giovani: lei è una femminista, cioè una vecchia arrabbiata con il mondo e con gli uomini?

Ecco, in questo la Zanardo è stata molto lucida, ma forse troppo tenera. Il sessismo passa attraverso la mente e gli occhi degli uomini, ma troppo spesso vede le donne loro complici. Come nel caso citato, dove le ragazze rincarano il loro sessismo inconscio con una buona dose di ostilità nei confronti di quelle donne (le femministe) che non solo si rifiutano di essere prone al maschio, ma hanno per giunta il torto di essere anche delle vecchie.

mercoledì 31 agosto 2016

LOMBATINA DI BELLA RAGAZZA

Che cosa spinge un uomo  al consumo visivo delle giovani donne: l'up skirt (sbirciare in su sotto la gonna), il nipples (sbirciare i capezzoli), il downblouse (sbirciare le scollature)?

Ne parliamo qui perchè Lorella Zanardo, ne Il corpo delle donne (2010) fa esplicito riferimento a queste pratiche quando analizza alcuni spettacoli di intrattenimento televisivi: per esempio Mezzogiorno in famiglia, con Stefania Orlando che si dondola su un'altalena spiata dalla telecamera sotto la gonna.

La domanda può essere naturalmente rovesciata: cosa spinge le donne a farsi sbirciare da sotto in su, dentro la gonna, come fa per esempio Stefania Orlando?

A mio parere chi predilige queste cose è un bamboccione. E lo dico senza paura di essere offensivo, perché io stesso trovo intriganti queste "pratiche". Dunque non faccio il grillo parlante. E non recito neanche il mea culpa. Ammetto semplicemente che nel gioco dell'eros l'uomo latino spesso si porta dietro dei retaggi "infantili", degli imprinting maturati negli anni in cui imperava una certa sessuofobia di regime.




Ricordate Pierino, ovvero il bravo Alvaro Vitali, quando sbirciava belle gnocche nei panni di compiacenti professoresse? Siamo all'inizio degli anni '80. Sono le prime pellicole della commedia sexy all'italiana. E pensare che vent'anni prima, nei campus americani, era "esplosa" la rivoluzione sessuale!
Poi, nell'incipiente era berlusconiana, la beceraggine si fa più spinta con lo spogliarello delle casalinghe di Colpo grosso, la trasmissione condotta da Umberto Smaila (1987-92). Per finire, l'esibizione delle ninfette in Non è la Rai di Buoncompagni e Ghergo (1991-95), che apre la strada alle veline di Striscia la notizia.

Domanda: quanti ragazzi, che oggi sono uomini, negli anni '80 si sono consumati gli occhi sulle grazie della Fenech, come i ragazzi della mia generazione si sono consumati gli occhi sulle gambe delle gemelle Kessler? E che tipo di personalità ha forgiato questa iniziazione?

Non è una domanda retorica. C'è infatti un risvolto molto penoso in tutta questa faccenda, anche se può sembrare solo una inoffensiva goliardata.
Che immagine della donna hanno interiorizzato i ragazzi che si sono formati su queste pellicole sessiste? e che immagine di se stesse hanno interiorizzato le ragazze che vedevano donne dell'età delle loro madri spogliarsi in pubblico per la gioia dei telespettatori?

Un corpo fatto per essere consumato con gli occhi da maschi interessati solo al dettaglio fisico. Un corpo da consumare a pezzi: controfiletto, lombatina, biancostato... Ecco cos'è la donna nell'immaginario nostrano.










martedì 30 agosto 2016

IL CORPO DELLE DONNE: istruzioni per l'uso





Leggendo il libro inchiesta di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli, 2010 (più interessante per certi versi del documentario) non si può non convenire che la televisione italiana è volgare, sessista, ingiuriosa, inqualificabile. Dopo di che ci si chiede: ma perché nessuno interviene? E se lo chiede anche l'autrice, anche se non fornisce una risposta circostanziata.

Però il libro ci offre alcuni spaccati di vita vera, che sono già una risposta alla domanda. Come quando la Zanardi rievoca una sua visita a un direttore di una grande azienda. Sulla scrivania una copertina di Panorama con una ragazza nuda e la scritta Toccami. Alle sue spalle il Calendario Pirelli: mese di ottobre, una donna africana nuda. All'ingresso dell'azienda un cartellone pubblicitario con una ragazza sdraiata seminuda.

Io ho bazzicato per anni il mondo dell'azienda e debbo dire che è altrettanto sessista e inqualificabile quanto la televisione.
Solo che la Televisione ha un codice deontologico che proibirebbe lo sfruttamento e il vilipendio del corpo femminile. 
Ma questo codice non viene rispettato e... nessuno interviene!

Il trait d'union è la becera cultura dei maschi italiani: cultura da bar sport, da officina meccanica rivestita di calendari di maggiorate... e prima ancora, cultura da caserma e da bordello fascista.
Al primo incontro, fra maschi, in un'azienda, ci si saggia subito con qualche battuta salace. Il capo dà quasi sempre il "buon" esempio e gli altri... a seguire. Battute sulle donne (o contro le donne). Battute a volte sulle colleghe (o contro le colleghe).
I primi tempi, io non capivo perché su un'ora di riunione, venti minuti andassero sprecati in convenevoli pecorecci. Usanza tipica del commerciale. Ma non esclusiva del commerciale. Poi l'ho capito: vilipendere il corpo delle donne era una tecnica per mettere a proprio agio gli altri maschi presenti. Per auto ringalluzzirsi e ringalluzzire i presenti tramite una affermazione di orgoglio guerriero.

Questo atteggiamento è trasversale. Riguarda la destra, come la sinistra. Il manager anziano e il pischello. Dalle aziende si diffonde come un fumo tossico nelle palestre, nei giornali, nelle agenzie pubblicitarie, nei consigli comunali, nei consigli d'amministrazione, nelle redazioni e, per l'appunto, negli studi televisivi.


In questa faccenda il sesso, il piacere erotico, la bellezza non c'entrano niente. Si può essere cultori dell' up skirt (e io sono fra quelli), cioè si può essere un po' (o un po' tanto) guardoni e feticisti e ciononostante mantenere "segreta" questa predilezione, evitando che offenda le esponenti dell'altro sesso.
Alla stessa maniera, si può essere ragazze un po' esibizioniste, orgogliose dei propri attributi - sagacemente diffusi per il corpo -si può tentare di usarli come armi di seduzione e, ciononostante, non essere delle veline o delle olgettine.
Cioè dei corpi giovani venduti al guardone di turno.

Qui c'entra la foia tutta di testa e, per giunta, esibita socialmente, dei latini (non siamo solo noi italiani a sezionare in televisione il corpo delle donne. Andate a vedere per cortesia su Youtube i programmi di intrattenimento brasiliani sulla biancheria intima per donne e poi mi sapete dire).
Una foia mentale e di cricca a cui raramente corrisponde una baldanza erotica de facto. La stessa foia mentale immortalata dai film di Federico Fellini e dall'avanspettacolo di Macario. Una foia che il passare dei decenni non ha attenuato o decantato. E lo comprova (per la Francia questa volta), la magistrale letteratura di Michel Houellebecq sul fresco corpo giovane e sul corpo che, ahimè, ha oltrepassato la giovinezza.

Un'occasione grossa l'abbiamo persa, noi Italiani. E l'abbiamo persa quando i signori padri e le signore madri non hanno avuto la sensibilità di contestare lo spettacolo messo su da Gianni Buoncompagni e Irene Ghergo: Non è la RAI (1991-1995). 




Contro questa trasmissione "oscena", di un lolitismo al limite dalla pedofilia, non si è scagliato quasi nessuno, nell'area laica. A parteVasco Rossi e Telefono Azzurro.


"Qui (in televisione) la donna è considerata a tutti gli effetti un essere inferiore: viene delegata a incarichi d'importanza minima... ed è costretta a farlo in modo mostruoso, cioè con femminilità. Ne risulta una specie di puttana che lancia al pubblico sorrisi di imbarazzante complicità e fa laidi occhietti". (Pier Paolo Pasolini, 1972)