mercoledì 29 giugno 2016

RETORICA per VECCHI e RETORICA per GIOVANI





Ai miei tempi c'erano le celebrazioni del 4 novembre, c'era il Piave mormorò, c'era Enrico Toti, c'era Cesare Battisti e, benevolo, sullo sfondo, c'era Muzio Scevola.
No, io non ero un figlio della lupa. Non sono così vecchio. E però sono vissuto nell'epoca democristiana, che aveva cooptato la retorica dell'Italia umbertina, poi diventata, con alcune aggiunte significative (i fatali colli di Roma...) la retorica dell'Italia fascista.

Oggi questo tipo di retorica nessuno sa più neanche cos'è, escludendo alcune frange nostalgiche.
I bambini di oggi non crescono più all'ombra di Cuore e delle guerre d'Indipendenza.
Ciò nonostante la retorica continua ad impazzare imperterrita da tutte le parti e il bello è che questa retorica, come quella di allora, passa inosservata.
In altre parole, chi riceve il martellante messaggio tossico non si rende neanche conto di ingoiare tossine.

Sulla Repubblica di oggi, 29 giugno 2016, sull'ultima pagina c'è una pubblicità a tutta pagina dell'ENI. Il testo dice:
Abbiamo l'energia per vederlo. Abbiamo l'energia per farlo. In 5 continenti, da oltre 60 anni. Grazie al lavoro di tutte le nostre mani.
In alto si vede la manona guantata di un operaio che stringe un bullone. Sotto una mano cibernetica che manovra a distanza un robot. Poi la mano di un biologo che impugna una provetta e infine la mano di un tecnico.
Bene. Scorrendo il giornale a ritroso, a pagina 22, Economia: finanza & mercati, c'è un articolo intitolato: 
Bollette, tornano a salire luce e gas e l'Authority apre un'indagine. Dal primo luglio rincari del 4,3% per il metano e dell'1,9% per l'elettricità. Registrati andamenti anormali nell'offerta di energia da parte degli operatori che hanno alzato i prezzi.

La causa di quest'aumento pare che sia di natura speculativa, visto che in questo momento siamo in regime di prezzi bassi per quanto riguarda le materie prime, ovvero petrolio e gas.
Ma questi dati sono ancora più allarmanti se letti in prospettiva. Nel 2018, infatti, tutti gli utenti passeranno dal mercato protetto al mercato libero e quindi non ci sarà più nessuna Autorità a proteggerli dalle fluttuazioni di un mercato che è chiaramente drogato.

Le Associazioni dei Consumatori si sono immediatamente attivate. Ma intanto il messaggio pubblicitario dell'ultima pagina de La Repubblica il suo lavoro subliminale di propaganda ha potuto svolgerlo lo stesso.
Una propaganda che mira ad accreditare l'idea che il mercato è un toccasana, che mercato e lavoro sono solidali, che l'Italia è un grande e pacifico soggetto economico mondiale.

Ci si augura solo che questo paginone i giovani non l'abbiano visto. Perché magari troppo impegnati a sorridere, bere un Mosquito, agitare le anche.
Oppure che, nel frattempo, abbiano disimparato a credere alle favole.






martedì 28 giugno 2016

LA PIATTEZZA DEL MALE

A proposito di libri. Ho preso in mano, sleggiucchiato qua e là e messo subito da parte (cioè restituito alla biblioteca comunale) Il mondo è piatto (2005) di Thomas L. Friedman, editorialista del New York Times.
Se non avessi un certo grado di autostima, di fronte a uno che ha vinto tre premi Pulitzer farei come gli altri blogger che hanno recensito il volume. Mi perderei, cioè, in lodi sperticate.
Invece ho subito pensato che  i giornalisti dovrebbero fare i giornalisti e non i politologi o i sociologi o gli economisti.



Il mondo è piatto è un'abile glorificazione del mondo globale interconnesso, spacciato per il migliore dei mondi possibili. Una miniera di opportunità straordinarie a portata di tutti. Basta volerlo! Con delle sacche di resistenza, ovviamente, che corrispondono a quelle parti del mondo in cui il mondo non è ancora diventato piatto: esempio l'Africa e il mondo arabo. Ma sono sacche di resistenza che non mettono in discussione l'ineluttabile evoluzione del mondo verso la prosperità condivisa.

Orbene. Cosa c'entra il mondo è piatto con questo blog?
Beh, c'entra nella misura in cui io sono a caccia da giorni di libri che mi spieghino alcune nefandezze che avvengono nel mondo, ad ogni latitudine. Nefandezze che, a quanto pare, sfuggono alla percezione dei più. Perché i più, per quanto intimoriti da certi eventi (l'emigrazione in primis) vorrebbero tanto ritornare a cantare Sapore di sale...sapore di mare. E tutte queste cose cercano perciò di rimuoverle, di negarle, di non vederle.
Oppure, le "vedono", perché in qualche modo gliele propone la cronaca. Ma non le connettono fra di loro. Prendono atto della singola tessera del puzzle (i federali che sparano sugli insegnanti in Messico, gli estremisti islamici che fanno strage di donne e bambini in Nigeria...), ma non gli passa nemmanco per la testa che queste singole schegge di "nera", reiterandosi ogni giorno, possano fare tendenza.

C'è però un'altra ragione per cui il mondo è piatto entra in questo blog. Sarà pure diventato piatto il mondo, ma se lo è diventato lo è diventato perché, interconnessione a parte, si è generalizzato lo sfruttamento, l'omicidio di stato, l'influenza della criminalità organizzata, il deprezzamento della vita umana e nella fattispecie l'insulto permanente alla vita e al corpo dei giovani e delle donne.

Credo che i sussulti economici, politici, sociali che stanno scatenandosi come violente mareggiate sulle parti piatte del mondo (Europa innanzitutto) smentiscano fin da ora clamorosamente l'ottimismo di questo libro e costituiscano la miglior recensione al tentativo di Friedman di presentare il mondo come una nuovo paradiso terrestre (digitale).




lunedì 27 giugno 2016

LA VIOLENZA CONTRO I GIOVANI





Un blog che parla di vecchi non può non tener conto dei giovani. Un po' perché i due mondi sono in un certo senso speculari. E un po' perché i vecchi, come è noto, hanno l'animo dei nonni.
Fatta questa caramellosa premessa, ciò che colpisce nella cronaca di tutti i giorni è la frequenza delle aggressioni ai giovani.
Parliamo di violenza vera e propria, quella fisica, materiale. E pensiamo innanzitutto ai morti ammazzati per mano delle polizie e delle formazioni paramilitari di molte parti del mondo. Messico in testa.


Un libro che mi deluso, semplicemente perché non ha risposto alle domande che mi frullavano per la testa, è La violenza, di Vittorino Andreoli, neurologo e psichiatra (Rizzoli 1993).
Non si tratta di una novità, come si arguisce. Ma io aborro dalle novità e sono socio di una biblioteca comunale. Il prossimo libro che leggerò è l'opera omnia di Vilfredo Pareto. Sono sicuro che mi fornirà degli spunti per capire il dilagare delle narco-mafie nel mondo e l'involuzione violenta e autoritaria di stati come il Messico, nostro partner commerciale privilegiato!

Ma tornando ai giovani, è stupefacente come se ne abusi ovunque.
Andreoli racconta episodi raccapriccianti sulla tratta di bambine asiatiche, sbarcate al John Fitgerald Kennedy Airport e avviate verso l'attico di qualche ricco seviziatore, che ne abusava a volte fino alla morte.
Sembra di leggere le pagine di American Psycho di Breat Easton Ellis.   



domenica 26 giugno 2016

RIMUOVERE L'APPETITO FA MALE ALLA SALUTE?


Massimo Montanari è uno storico dell'alimentazione che io apprezzo molto. Ma in La cucina italiana (storia di una cultura), Laterza 1999, secondo me ha sbarrocciato e alla grande.
Non so se l'ultimo capitolo, dedicato all'appetito e alla sua progressiva rimozione nel corso del Novecento, sia di Montanari o del coautore, Alberto Capatti.
Certo è un capitolo in cui lo storico si fa prendere la mano dall'ideologo e tutta la dissertazione trasuda di un'acuta nostalgia per i bei tempi in cui il ghiottone era il celebrato protagonista della scena. I "bei" tempi dei cento cappelletti per iniziare il pranzo, del ventre grosso, della ciccia, del burbero oste fiorentino, delle donne romane che avevano sederi così imponenti da  tappare i vicoli.


Ma con chi se la prende esattamente Montanari?
Beh, difficile dirlo, perché se la prende un po' con tutti.
Se la prende di striscio con Pellegrino Artusi, reo di aver irriso, fra i primi, agli eccessi della convivialità, sia in entrata sia in uscita: cioè le montagne di cappelletti e le  micidiali diarree.
Se la prende con Marinetti, che lancia una crociata contro la pastasciutta (i maccheroni, puah), simbolo del borghese panciuto e imbelle. Poi coi fascisti che (udite udite!) criticano l'antipasto tipicamente italiano con salumi e sottaceti. Poi con i morigerati anni cinquanta, che consacrano la dietetica della bellezza (il Cucchiaio d'argento). E infine con l'epoca (la nostra) in cui a trionfare sono i miti salutistici, a partire dalla Dieta Mediterranea.
Ma cos'è che intravvede Montanari sullo sfondo di questa involuzione (perché tale appare ai suoi occhi)? 
Beh, intravvede la rimozione dell'appetito e, a monte, addirittura la rimozione del corpo.
"La pancia, il doppio mento, onore e vanto dei primi gastronomi, non risultano solo inattuali ma ridicoli. Le labbra unte, le narici dilatate, la mano che brandisce l'osso e la coscia del pollo appaiono ora sconvenienti".
A me, leggendo tutto questo, mi sembra di assistere alla sequenza di un film di Tinto Brass, e sinceramente faccio fatica a seguire Montanari quando rimpiange i bei tempi in cui mangiar molto era anche godere di buona salute (pag. 353).
Da un lato mi viene in mente Pasolini e la sua mistica delle lucciole.
Contemporaneamente mi viene in mente che i miei antenati  - tutti borghesi, tutte buone forchette - sono morti intorno ai 60 anni chi di trombosi, chi di infarto, chi di diabete.
Infine mi viene in mente che, mentre i miei antenati crapulavano ad oltranza attorno alla tavola a partire dalle sei di sera (uno scenario simile a quello dei lauti pranzi della Montagna incantata), a pochi chilometri dai loro palazzi milanesi di via Ariosto, c'erano centinaia di contadini che impazzivano per la malnutrizione. La quale allora assumeva il nome più clinico e asettico di Pellagra.







sabato 25 giugno 2016

VIVERE MALE per MORIRE SANI... CHE SENSO HA?

Questa è la controdeduzione che produce chi si rifiuta di modificare il proprio stile di vita e soprattutto di mangiare meglio. 
Tradotto in parole povere: a che pro dovrei sacrificarmi, mortificando il palato e lo stomaco? Tanto si deve morire comunque e cosa ci guadagno rinunciando a tante cose buone se poi il risultato è sempre quello?




L'insipienza di chi fa queste considerazione è davvero gigantesca. Tanto gigantesca che viene subito il sospetto che ci sia dietro qualcosa.
Di queste persone io ne conosco parecchie e in genere si tratta di persone attaccatissime alle tradizioni e alle abitudini. Sono persone che idolatrano il salame, il tortellino, il caciocavallo, la mortadella, la fiorentina e via di questo passo a seconda della regione di appartenenza.  
Piuttosto di modificare di uno spillo abitudini che hanno appreso negli anni si farebbero garrottare. Se vengono a patti, è solo perché glie lo ha detto il medico, quando ormai il danno è stato fatto e hanno scoperto di essere ipertesi, diabetici e quant'altro. 
Ma spesso, anche in questo caso la tentazione di trasgredire è troppo forte: tanto c'è la  pilloletta che li dispensa dal modificare le proprie dannosissime abitudini.
Un caso tipico è quello del forte fumatore, che non si arrende a volte neanche di fronte all'evidenza di un infarto. Altro caso limite è quello dell'alcolizzato.
In realtà il fumatore e l'alcolizzato sono in buona compagnia. Fanno più scalpore. Subiscono chi più chi meno la condanna sociale. Ma non sono soli affatto. Anzi. 



E' consolante quello che dicono le statistiche:  il consumo di carne suina recentemente è calato del 20%. Ma il rifiuto ad adottare uno stile di vita più sano è radicato molto in fondo nella psiche di tanti di noi. E non  se ne viene a capo leggendo le riviste femminili.

Comunque, per chi volesse documentarsi, consiglio un libro del 2014, abbinato al Corriere della Sera: Carlo Vergani e Giacomo schiavi, Ancora giovani per essere vecchi.
Il primo è un geriatra, il secondo è un giornalista. Il sottinteso di questo libro veramente illuminante potrebbe essere esemplificato dalla seguente frase di Vergani: il passato ci segue sempre! 


venerdì 24 giugno 2016

CONOSCI TE STESSO

James Hillman, in The Force of Chararacter and the Lasting Life (1999), ipotizza che il fine dell'invecchiamento non sia il morire, quanto piuttosto... lo svelamento del nostro carattere.
Confesso che il termine "fine", applicato all'invecchiamento, mi lascia perplesso. 
Perché dev'esserci un fine in un processo che - come ci insegna Umberto Galimberti - non si limita quasi mai ad essere solo un processo biologico?
La morte può essere l'esito, la conclusione, l'atto finale dell'invecchiamento. Anche se la Signora non si accoppia solo con i vecchi. Anzi. Stando a quanto mi racconta la mia medium, la Signora apprezza in modo particolare la carne tenerella.
Ma da qui a pensare che la morte sia la meta a cui l'invecchiamento tende, ce ne corre!

Che però la vecchiaia possa avere come risvolto lo svelamento del nostro carattere... ecco. Questo sì che mi convince di più.
Naturalmente un "eventualmente" è d'obbligo. Perché non credo che tutti i vecchi abbiano la voglia, la forza, la capacità di andare ad un appuntamento con se stessi così impegnativo. Magari dopo che hanno passato la loro vita ad eludere il problema.

Anche il termine carattere, a voler essere sottili, lascia perplessi. a meno che Hillman non intenda quel quid imponderabile che nella nostra vita ci ha condotto a fare certe scelte e ci ha "impedito" di farne altre. Quel sogno intimo, per intenderci, che ha reso Emma... la cara madame Bovary che tutti conosciamo.




Sicuramente la vecchiaia è la fase della vita che si presta di più a questo approfondimento. Primo, perché da vecchi si ha avuto tutto il tempo di mostrare  a se stessi chi si è realmente. Secondo perché effettivamente da vecchi si desidera scovare il senso di quel fluire apparentemente senza significato che è la propria vita.
A questo proposito potrei citare due testimonianze.
La prima è la mia. E anche se vale come il due di picche, tuttavia corrobora la tesi di Hillman, perché effettivamente io, a una certa età, mi sono armato di carta e penna e ho cominciato a scrivere le mie memorie nel tentativo di capire chi fossi, da dove venissi e come fossi arrivato a quel punto.
La seconda testimonianza, molto più illustre, ce la offre Virginia Woolf in The Waves (1931).  Un romanzo che non è solo un libro sul tempo, come ha detto Nadia Fusini. Ma è soprattutto un libro su CHI si è stati e su CHI si è diventati. 
Se vi prende il buzzo, leggetelo. Richiede un certo sforzo iniziale. Ma poi non si smette di rileggerlo. Io ormai l'ho già letto tre volte e credo che quest'estate tornerò a rivisitarlo: dall'inizio, dalla giornata dei 6 protagonisti quando erano ancora bambini, su su, fino a quando Bernard recita il suo amletico addio alla vita.


  

HABEAS CORPUS o NO?



Che fine ha atto l'Habeas Corpus? Naturalmente non parliamo del principio giuridico, risalente all'Inghilterra del 1215 e sancito poi dall'Habeas Corpus Act del 1679. Ma parliamo, più genericamente (epperò anche più concretamente) del diritto al proprio corpo, che è l'estrinsecazione universale della norma la quale vieta l'uso arbitrario del corpo del detenuto.


Si direbbe che nel mondo il corpo oggi non vale ormai più niente e che si può impunemente violarlo in mille modi.
Violato il corpo delle ragazze ridotte in schiavitù e poi eliminate. Violato il corpo degli antagonisti politici. Violato il corpo dei giornalisti scomodi. Violati i corpi dei richiedenti asilo politico.

In questa mattanza spesso legalizzata, nel senso che a violare il corpo troppe volte è l'autorità che dovrebbe difenderlo, il corpo giovane è il più offeso, il più bistrattato. Giovani neri uccisi pretestuosamente dalla polizia nord americana. Giovanissime argentine avviate ai lupanari con la complicità della polizia. Giovanissime indiane stuprate e uccise nei villaggi senza che la polizia si scomodi ad indagare.

Quello anziano, di corpo, subisce altre offese, più subdole. Che sono l'abbandono, la mancanza di assistenza. Ma è un corpo che interessa meno. Perché intorno al corpo si è instaurato uno strano paradosso. Più il corpo è esaltato, celebrato, medializzato (parliamo ovviamente del corpo giovane), più questo corpo viene offeso e privato dei suoi diritti.
Insomma, tanto più il corpo è una risorsa, un capitale, un oggetto di desiderio, tanto più viene disattesa la norma giuridica che dovrebbe  proteggere questo corpo dall'arbitrio del più forte.

lunedì 20 giugno 2016

SE CASANOVA NON CI RINUNCIA





"Non veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare ad essere al mondo".
Così, parlando del CORPO, compendia icasticamente Umberto Galimberti uno dei tanti processi di destrutturazione a cui va incontro l'anziano per colpa della idea  negativa di vecchiaia che impera alle nostre latitudini, geografiche e temporali. 
Il tuo corpo, o vecchio, non è più buono per fare l'amore e non è neanche più buono per fare la sua bella figuretta in società. Noi, che vecchi non siamo, ti tolleriamo, bada bene. Ma ci teniamo a debita distanza da te, perché non abbiamo nessuna voglia di metterci nei tuoi panni. Dunque sta contento di esistere e procura di mantenerti (si fa per dire) in salute.

Sarà brutale, sarà impietoso, sarà cinico, ma questo monologo immaginario probabilmente si sviluppa, al dunque, dentro la testa di ogni "non vecchio".
Altrimenti non si spiega l'assenza di comunicazione vera in cui il vecchio, il più delle volte inconsapevolmente, si viene a trovare.
Fate caso a tutte quelle signore, pimpanti di parrucchiere, abbronzate, rumorose, che affollano le località balneari d'estate. Sono sempre in moto da un punto all'altro del village. Cicalano. Tagliano i panni addosso a mezzo mondo. Raccontano vita morte e miracoli della figlia, della nuora, dei nipotini, del genero. Fanno le spiritose con i camerieri dei bar all'aperto dove loro e le loro amiche consumano coppazze di gelato, in barba alla glicemia (tanto prendo la pastiglietta).
Prese in gruppo sono una forza, perché danno da vivere a pensioni, B&B, alberghetti, parrucchiere, baristi, farmacisti, bagnini...
Prese singolarmente sono sono delle clienti moleste, prive di qualsiasi appeal sessuale e sociale, che vivacchiano in un mondo che le sopporta per convenienza e che per convenienza le blandisce.

Chissà se Schnitzler scrivendo, a soli 53 anni, Il ritorno di Casanova (1918) riteneva normale che per colpa della sua vecchiaia incipiente, Casanova, che guarda caso nel racconto ha la stessa età dell'autore, andasse incontro a solitudine, ripiegamento, rinuncia. Cioè sperimentasse  la messa in mora della sua possibilità di intessere un dialogo gratificante, corroborante, ma soprattutto alla pari, col resto del mondo (donne in primis).

Per quanto io conosco Schitlzler sarei portato a dire di sì. Malgrado la sua affinità con Freud, il nostro era in fondo un bigotto e un moralista. 
E perciò, il Casanova, che a 53 anni neanche per un secondo pensò di rinunciare alla bella e giovane Marcolina, ai suoi occhi doveva apparire come un folle velleitario.  

domenica 19 giugno 2016

VECCHI PER FORZA




Sarà ormai evidente a chi segue questo blog (pochissimi, credo, perché il tema è ostico e, a giudicare da Facebook, la gente preferisce occuparsi di cose più amene) che la vecchiaia esiste come fenomeno e come problema perché la si vuol far esistere come fenomeno e come problema. 
A riprova di quanto affermiamo c'è un fatto banale: quando comincia la vecchiaia?
Dal punto di vista strettamente medico non ci sono delimitazioni precise. Sì, è vero, la biochimica cambia, si altera, si impoverisce. Ma non a tutti capita nella stessa misura e nello stesso momento e non si può imputare alla vecchia il fatto di avere una malattia cronica, ad esempio il diabete. Semmai dobbiamo imputalo alla genetica e/o al nostro precedente stile di vita.
Anche la sarcopenosi, ovvero l'indebolimento dei muscoli, imputabile al fatto che dopo una certa età non viene più erogato l'ormone della crescita (somatotropina), non è ineluttabile e può essere efficacemente contrastata. Se lo vogliamo, possiamo benissimo evitare che già a settant'anni le nostre cosce si siano ridotte a stecchini e il nostro addome sia diventato una botticella.

La tesi catastrofistica, fatta propria dallo psichiatra Romolo Rossi, che ha avuto il merito, per quanto mi concerne, di tenere a battesimo questo blog, è dunque solo un punto di vista.

A questo proposito può essere interessante confrontare il punto di vista di Freud con quello di Jung. Il primo, in una lettera a Lou Salomé, confessava sconsolato.

"La rabbia trattenuta consuma una persona o quel che rimane del suo Io precedente. E un Io nuovo non è più possibile crearlo a 78 anni!"

Di ben diverso tenore la cronaca che fa di se stesso Jung, pochi mesi prima di morire, all'età ben più avanzata di 85 anni.

"Quanto più invecchio, tanto più mi colpiscono la caducità e le incertezze del nostro sapere e tanto più cerco rifugio nella semplicità dell'esperienza immediata per non perdere il contatto con le cose essenziali...".




IL CORPO IN PUNIZIONE

Saccheggiamo ancora un pochino l'acre Galimberti, che nel suo libro I miti del nostro tempo (2009) analizza, stigmatizza e smitizza una serie di idee malate del nostro tempo.



L'ho definito acre non perché non sia d'accordo con lui. Ma perché Galimberti ci conduce su sentieri dove scarseggia la speranza e fiorisce abbondante il pessimismo, se non addirittura il disfattismo.

Seguendo il filo rosso del CORPO e passando dal corpo giovane (di cui abbiamo discorso nei precedenti post) al corpo anziano, trovo illuminante Galimberti quando dice che il corpo anziano se è afflitto lo è in in buona misura per colpa dell'idea che ci siamo fatti (e che nessuno mette in discussione) della vecchiaia.
A dire il vero l'autore di questa riflessione è James Hillman, psicanalista junghiano americano.
Ma Galimberti la fa sua e la arricchisce, spiegandoci per esempio quella metamorfosi destabilizzante che  investe il proprietario del corpo quando il suo corpo smette di interagire attivamente con il mondo e da soggetto di intenzioni diventa oggetto di attenzione.
Discorso arduo, ne conveniamo, ma che diventa più comprensibile se scendendo più terra a terra parafrasiamo Galimberti quando ci spiega che cosa si aspetta il mondo da un anziano.

Il mondo si aspetta che un anziano sia mite e dolce. Ma non troppo perché altrimenti ha l'arteriosclerosi. Si aspetta che non esageri con la giovialità, perché se no è chiaro che non accetta la vecchiaia. Che conversi, ma senza mettersi a raccontare aneddoti (che palle 'sti vecchi!). Che coltivi interessi, ma senza esagerare neanche in questo, perché se no è uno che si è montato la testa e crede di essere ancora un giovinotto.   
In buona sostanza il vecchio è quello che gli altri impongono al vecchio di essere. E in questa manovra a tenaglia, al vecchio non restano molti spazi di manovra e di espressione.
Appena li varca, infatti, diventa immediatamente uno scialacquatore, un maniaco sessuale, un testardo. 
E se per caso il suo corpo appena appena osa riproporsi come soggetto d'amore, dio lo strafulmini!





sabato 18 giugno 2016

CORPO GIOVANE, CORPO VECCHIO






Si direbbe che sono gli Etruschi gli unici che nell'antichità immortalano l'età anziana. I Greci prediligono di gran lunga la bellezza virile del giovane e del guerriero. I Romani si concentrano sull'effigie dei loro leader politici. Tranne il busto di Catone il Censore, ritratto quand'era ottantenne, quello romano è un famedium di uomini di mezza età, colti nel clou della loro carriera.
Ma se c'è il vecchio, nella scultura etrusca, sospettiamo che ci sia perché la scultura etrusca è prevalentemente scultura di sarcofagi. E dunque è scultura di defunti.

Questa generica considerazione sulla statuaria antica e le sue predilezioni (di genere, d'età) ci serve per introdurre il tema del CORPO, che ha un valore ben diverso nel caso si tratti di corpo giovane o, viceversa, nel caso si tratti di corpo vecchio.

Per quanto riguarda il presente, su questo tema ci soccorre il buon Umberto Galimberti, con un saggio del 2009, edito da Feltrinelli: I miti del nostro tempo che dedica tutto il libro a denunciare le idee malate che ci affliggono (come non riandare con la memoria a Miti d'oggi, di Roland Barthes, 1957!). 
Fra le idee malate che la nostra società ha fatto proprie e a cui è pressoché impossibile sottrarsi c'è l'idea della supremazia del corpo giovane. 
Tuttavia è bene precisare subito che questo mito non vive di vita propria, ma è figlio di un'altra idea malata: l'idea della vecchiaia come tempo inutile.




Ma perché malate? si chiederà qualcuno. Cosa c'è di malato nell'apprezzare un bel viso fresco? E perché è sbagliato voltarsi dall'altra parte se il viso che ci viene incontro è un viso rugoso o magari bolso?

Claro che non è solo una questione estetica. 
Proviamo per esempio, anche solo per un secondo, a liberarci dell'idea che il corpo degli altri esista principalmente per stimolare il nostro desiderio. O, viceversa, proviamo a liberarci dell'idea che il nostro corpo esista principalmente per stimolare il desiderio degli altri.

Non è facile vero? 






giovedì 16 giugno 2016

IL (MIO) CORPO DEGLI ALTRI





I giornalisti intervengono, i criminologi tacciono. E' quello che si percepisce leggendo i giornali di questi giorni, che snocciolano interventi più o meno identici sul tema della violenza sulle donne.
Naturalmente si parla di violenza in modo molto generico. Non si parla di violenza su scala internazionale. Eppure è questa la realtà, che si preferisce non vedere. Si parla di violenza del singolo maschio violento. Non si parla della violenza sulle donne a fine di lucro, che fiorisce sotto ogni latitudine. O di violenza religiosa. O di violenza etnica. O di violenza di casta. 
Tutte forme di violenza di massa, di violenza seriale, di violenza che prospera spesso all'ombra delle istituzioni.

Uno dei pochi articoli che è andato al di là del semplice vagito giornalistico è quello del fumettista Matteo Bussola (La Repubblica, 16 giugno): educhiamo i nostri figli a stare dalla parte delle bambine. Dove si elencano tutti i condizionamenti e i pregiudizi che gravano sulla testolina di una bambina fin dai primi passi che compie nel mondo. In buona sostanza la tesi di Bussola è che l'ombra del femminicidio compare presto nella vita delle bambine e compare in buona sostanza sotto la forma di una istigazione alla docilità.  Che non è certo più la docilità della donna contadina, o la "docilità" dell'Esclusa di Luigi Pirandello o la "docilità" della Therese di Schnitzler. Ma è comunque una forma di docilità in cui ritorna, sottile e insidioso come una coazione a ripetere, lo schema maschilista della Genesi.



Credo che questa analisi di Bussola, che ha incredibilmente del credibile, possa andar bene per cominciare. 
Al centro del suo ragionamento, anche se lui non lo dice esplicitamente, c'è il CORPO femminile, a cui la società occidentale, nella deriva del patriarcato postmoderno, ha riservato il ruolo, pur sempre subalterno,  del GADGET.
Ma ci aspettiamo che sul tema qualcuno voglia andare oltre, affrontando per esempio il tema collaterale della giovinezza: il contraltare felice della vecchiaia infelice, secondo gli stereotipi vigenti.
  



mercoledì 15 giugno 2016

GIOVANI SULL'ORLO DI UN BARATRO






Quella degli anziani che è una realtà che si sta imponendo colla forza dei numeri. Fino a poco tempo fa anziano era il vecchio zio o la nonna. Qualcuno aveva anche il cane anziano o un vicino di casa anziano.
Adesso gli anziani sono fra di noi numerosi e onnipresenti, come gli alieni di Men in black. Ti assediano nei centri commerciali. Riempiono la sala d'aspetto del medico della mutua. Fanno il "tappo" nella circolazione automobilistica locale. Mia moglie, impietosamente, dice: anziano col cappello! che sta a significare: rallenta e rassegnati!

E i giovani?
In teoria i giovani sono quelli a cui sorride la sorte. Sono i pupilli della vita, come diceva Settembrini (La Montagna incantata).
Meno numerosi degli anziani, altrettanto molesti, tendono a far comunella e perciò questa cosa limita di molto il danno.
Persino negli autobus affollati riescono a fare massa fra di loro.
Siccome ti ignorano, diciamo che ti lasciano vivere!

Di loro si parla con compatimento: la generazione perduta!
Ma è tutta ipocrisia. Nessuno li vuole aiutare, tranne i genitori che li iper proteggono e forse qualche insegnante vecchia maniera.
Se li guardi ti senti profondamente in imbarazzo, tanto sono belli nella loro giovinezza, anche quando sono bruttarelli.
Hanno una pelle che sembra finta. Occhioni più belli di quelli dei neonati. Capelli da colpo basso feticistico.

Ma siamo poi tanto sicuri che queste ragazze e questi ragazzi, a parte il lavoro che non c'è, se la passino bene?




Credo che anche questo sia un luogo comune. Solo perché li vediamo ballare per delle ore,  trastullarsi a non far nulla insieme agli amici e alle amiche, rimbalzare di qua e di là con il casco in testa, non significa che la loro sia la miglior delle condizioni possibili.
Una volta finivano sacrificati nella "mondiale sacra della morte" : la guerra (Thomas Mann).
Adesso ci pensa la criminalità organizzata, che governa mezzo mondo, a trasformarli in carne da lupanare.




sabato 11 giugno 2016

BUBBOLE!







Bubbole, caro Nicola La Gioia (scrittore). Bubbole, caro Giancarlo De Cataldo (magistrato e scrittore).
I loro interventi sul femminicidio, rispettivamente di ieri e di oggi (La Repubblica), sono acquetta, risciacquatura di piatti, esternazioni salottiere. Di fronte a un fenomeno mondiale, che si declina in varie modalità a seconda del paese e della religione (cristiana, induista, musulmana) e che non è di oggi, ci si aspetterebbe qualcosa di più  da due così illustri penne.

Non ci si può limitare a chiedere, come fa La Gioia: che cosa condivido io con l'assasino? e non ci si può limitare a chiedere, come fa De Cataldo: perchè? 
Non che Dacia Maraini (Il piacere della lettura) si sia spinta molto più in là (è tutta una questione di possesso...).

Da una parte abbiamo un femminicidio seriale alla messicana, che coinvolge i narcotrafficanti, coinvolge la polizia che nicchia, coinvolge i politici e i magistrati, che o sono collusi o non vogliono andare a fondo (vedi Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez, a cui si è ispirato Bolagno in 2666).  
Dall'altra parte del mondo abbiamo un femminicidio subasiatico, che si manifesta in varie forme: il cosiddetto aborto selettivo che sarebbe meglio definire infanticidio selettivo (in pratica le bambine vengono fatte fuori solo perché sono bambine). E poi, sempre in India, c'è lo stupro e il femminicidio rurale, contro il quale sembra che le istituzioni stiano facendo poco o nulla, anche se i numeri sono allarmanti. Particolarmente odioso perché avviene spesso fra persone che si conoscono.
Tralasciamo il caso della condizione della donna nei paesi musulmani, in guerra o no, radicali o no. Qui la faccenda è tanto spessa, che vien subito voglia di voltare pagina.
E torniamo dall'altra parte del mondo, dove l'Argentina soffre per la prostituzione forzata (e connessa rottamazione) di tante delle sue ragazze.

Dulcis in fundo (ma l'elenco sarebbe molto più lungo) abbiamo un femminicidio in salsa italiana, che fino a prova contraria non si alimenta di motivazioni religiose (paesi del Medio Oriente), dove non c'è la mano armata della criminalità organizzata (Messico, Argentina), dove non c'è il retroterra delle caste (India).
Un femminicidio che sarebbe tutto da studiare, che sarebbe da indagare sul serio, che dovrebbe mettere al lavoro schiere di criminologi e di magistrati (parentesi: credo che l'emergenza hooligans sia stato analizzata di più e meglio). 
Possibile che l'unica cosa che riusciamo a dire a proposito di questo inquietante fenomeno sia quello che hanno detto La Gioia, De Cataldo, la Maraini? cioè un bel sonoro nulla?

Io credo ahimè che in Italia le donne siano sole a combattere contro questa triste piaga. Perchè du coté degli intellettuali, qui da noi, non si va oltre qualche esternazione retorica. Quanto alle istituzioni, beh, non si direbbe che c'è in giro molto decisionismo...




venerdì 10 giugno 2016

LA CITTA' INOSPITALE (ancora)

Che ultimamente mi abbia preso il trip dell'autofiction
Fatto sta che mi viene voglia - ancora - di parlare di quello che può succedere alla persona anziana (cioè a me) quando mette il naso fuori dalla sua cuccia imbottita e insonorizzata.
Non tutti, ahimè, hanno una cuccia coibentata. Ma la maggior parte de baby boomer sì.




Dovevo andare a Genova per dei controlli. Di solito uso la macchina e con il navigatore e con il telepass hai ridotto al minimo i disagi del viaggio (unico problema l'affollamento carne contro carne degli autogrill).
Questa volta però ho deciso di usare il treno, per non incorrere nel marasma viario di Genova.
Pernottamento a Nervi, in una vecchia villa sopraelevata adattata a hotel. Camera matrimoniale affrescata, vista mare, e prima colazione: 85 euro. Cena ottima nella zona del porto: in due 60 euro. Gentili tutti. Che bello essere anziani rispettabili e solventi, ti vien da pensare!
Sulla passeggiata a mare, altri baby boomer melanconicamente sguardano i bambini che strillano e i giovani che si strusciano. Due bagnanti straniere, simpatiche ma un po' volgarotte, improvvisano un servizio fotografico hard. Sono chiaramente allieve di You porn. Tu intanto ripensi ai gelati che mangiavi, proprio lì, un sacco di anni fa, quando ne avevi solo 8 anni, di anni. E ripensi a certe ragazzine sconosciute di cui ti innamoravi istantaneamente fra le 16 e le 16 e 30, su quella passeggiata a mare, che adesso non ha più la luce intensa e i profumi di una volta.
Poi il giorno dopo ti accingi a fare quello per cui sei venuto qui e allora cominciano i casini. Perché a Nervi canni il treno dopo una corsa affannosa, avendo perso tempo a cercare una obliteratrice che funzioni. Poi a Brignole cambiano all'ultimo minuto il binario del tuo treno e, pur correndo anche questa volta, lo perdi di nuovo. Rendendoti conto che hai il fiatone, la lingua in fuori come i cani e il panama Panizza sulle 23, ti stoppi e osservi la disinvoltura con cui i giovani si muovono in quel casino ferroviario di treni che hanno metà delle porte che non funzionano e l'aria condizionata troppo alta, di annunci all'altoparlante che non si sentono perché lo speaker ha una vocina mielata da femminiello e sull'annuncio ci passano sopra sferragliando vari treni.
Dopo qualche ora torni a Nervi e, alleluia, ti becchi la pioggia. I giovani si coprono a due e tre per volta con gli asciugamani da spiaggia e ridono. Tu cerchi riparo in un bar, ma te ne vai via subito perché c'è una orribile musica ad altissimo volume e due clienti che sembrano hooligans cazzo di qui, cazzo di là. Corri sotto la pioggia in albergo a cambiarti. Poi esci a comperare lì vicino una giacca a vento, che stupidamente non hai messo in valigia. Cinquanta euro. E, già che ci sei, comperi un ombrellino da un ragazzo nero: cinque euro.

La differenza fra te e tutti quei ragazzi di 15 anni che pomiciano sotto la pioggia o se la raccontano a voce alta? Ma è ovvio: l'incoscienza. Non è la giovinezza in sé il valore aggiunto di quei bei musetti e di quei bei corpi, se si esclude l'aspetto estetico e il lato erotico, che pure hanno una loro importanza. Perché il corpo, a qualsiasi età, se lo bistratti, non fa sconti. E malgrado si sia giovani, ci si becca lo stesso una nefrite o una pleurite, se non la TBC. Mentre quando sei anziano la prudenza del corpo rallentato ti mette al riparo da simili patologie violente. Se da anziano arrivi ad ammalarti può essere che tu ti sia trascurato troppo dai 35  ai 55 anni, pensando di essere ancora un virgulto.

Però che bella, questa incoscienza delle menti giovane e inesperte!
E mentre mi dico questa frase melensa, di botto mi sento Bernard!



domenica 5 giugno 2016

PEEPERKORN LO SREGOLATO E LA CITTA' INOSPITALE



"Beveva una bottiglia di vino a ciascuno dei pasti principali, anche una e mezza o due, senza dire del pane col quale cominciava fin dalla prima colazione. Evidentemente la sua persona aveva un insolito bisogno di ristori. E se lo concedeva anche sotto forma di caffè fortissimo che prendeva varie volte al giorno, non solo al mattino, ma anche a mezzogiorno, da una tazza grande: e non già dopo il pasto, ma durante e a pari col vino".


Queste sono le abitudini dell'olandese di "età matura" che a un certo punto fa la sua comparsa nel sanatorio dove sverna Castorp, il protagonista della Montagna Incantata.
Ma questo è niente. Chi ha letto il romanzo ricorderà benissimo quello "spuntino" fuori programma che il prode olandese, ammalato non di tisi ma di quartana, una sera organizzerà per i suoi amici, costringendo le cucine del sanatorio a fare gli straordinari.

Ebbene, cosa c'entra il magnifico Peeperkorn con il nostro blog?
C'entra, perché io stasera, non avendo voglia di cucinare, sono sceso a valle con l'intento di mangiare qualcosa fuori.
Non una pizza, che mi procura sempre aerofagia. Non una cena regolare, dato che stasera ero solo. E mangiare da soli al ristorante è roba da Ugo Tognazzi.
Ma una piatto di verdura, un appetizer, due fili di pasta...
Morale della favola sono finito in una bar fighetto, di quelli frequentati dai giovani. 
L'happy hour era improponibile per uno stomaco anziano come il mio. Farfalle, naturalmente non integrali, con pomodorini (passi...). Wurstell del secolo scorso, tanto erano ossidati. Polpettine sospette e unte. Naturalmente salumi. E vini, tanti, ma nessuno biologico!
Ho ingurgitato qualcosa malvolentieri sentendomi un incosciente e poi sono corso a casa dove ho cenato con carote crude (biologiche), rape rosse e un uovo in camicia. 

Probabilmente Milano è un'altra cosa. Ma a giudicare dalla recente iniziativa del Comune (Pasto sano) non è detto che sia una città dove si tiene conto delle necessità salutistiche di un anziano. Se il Comune è costretto a "garantire" con un logo apposta, forse anche a Milano nei bar si mangiano schifezze.


Tiriamo le fila. Peeperkorn è liberissimo di suicidarsi (e infatti questa è la fine che fa). I giovani sono liberissimi di ingurgitare cibo spazzatura nella convinzione (errata) che la loro biologia fresca di stampa li preservi dalle malattie. 
Ma un anziano, che ci tiene a mantenersi in forma o che è costretto a farlo, dove va a sbattere la testa, se una sera vuole fare uno spuntino fuori casa? dai frati?

P.S. perché vino biologico? se viveste in una zona a vocazione vitivinicola come la mia non lo chiedereste...





LA VECCHIAIA: LE TEORIE ANTICHE E MODERNE

In un precedente post abbiamo citato Terenzio e Cicerone e le loro antitetiche valutazioni sul fenomeno vecchiaia: una piaga per il primo,  una opportunità per il secondo.
Ma il fronte delle opinioni (opinioni, non valutazioni scientifiche) è molto più articolato.
Dalla parte dei disfattisti, oltre al commediografo latino Publio Terenzio Afro, si schierano il medico Galeno, il teologo Isidoro di Siviglia, nonché Sant'Antonio da Padova.
Dalla parte invece dei rivalutatori possiamo annoverare, oltre al Cicerone del Cato maior, il Seneca delle Lettere a Lucillo. Due pezzi da novanta, che non a caso erano entrambi filosofi.




Ma come si esprime, al proposito, la scienza medica?
Cominciamo dallo psicologo statunitense Stanley Hall, che nel 1922 paragona la vecchiaia al declivio di un collina. Poetico, ma non molto distante dall'immagine rovinosa, stile caduta libera, proposta da Romolo Rossi.
Un'altra metafora, di cui ignoro la paternità, è quella dell'albero, che suggerisce l'idea, questa volta ottimista, per cui crescendo (e quindi anche invecchiando) l'individuo non fa altro che aumentare di complessità, acquisendo per giunta tratti sempre più peculiari.
Più di recente lo psicologo tedesco Paul Baltes (morto nel 2006) ha rimarcato come il fenomeno del declino, con le limitazioni che comporta, possa venir brillantemente compensato, soprattutto sul piano cognitivo e su quello emotivo. Generando una situazione inedita e per nulla scontata.
Insomma, la vecchiaia avrebbe, nei casi migliori, una sorta di proprio marchio di fabbrica e non è corretto equipararla tout court ad un diagramma discendente o a una colonna dei meno.

Naturalmente si sta parlando di un processo di invecchiamento che ha la fortuna di andare in porto nel migliore dei modi.
Di fronte a una grave menomazione c'è poco da fare.
Ma le gravi menomazioni non sono appannaggio solo degli anziani.




sabato 4 giugno 2016

LA MALINCONIA DI VIRGINIA WOOLF






A pagina 174 dell'edizione Einaudi 2002 de The Waves di V. Woolf (traduzione di Nadia Fusini) inizia l'assolo finale di Bernard, uno dei 6 personaggi interloquenti del romanzo.
Ho già descritto a modo mio la struttura di quest'opera che si suole stucchevolmente definire sperimentale.
Posso aggiungere che l'opera è perfetta per interrogarsi sulla vita e sulle sue varie fasi, vecchiaia e morte incluse.

Il monologo di Bernard, che è il personaggio dei 6 specializzato nel raccontare storie e nel farsele ascoltare dagli altri cinque sodali (2 uomini, 3 donne), si situa immediatamente dopo il nono interludio, che è l'ultimo "vero", perché il 10 si limita a dire:  Le onde si ruppero a riva.
In questo interludio Virginia Woolf stranamente abbandona lo scenario che ha dominato nei precedenti interludi (il mare, la spiaggia, una casa al mare...) e introduce uno scenario nuovo, dove delle ragazze sono sedute in una veranda e guardano un paesaggio montano. In questo scenario le onde non sono più le onde del mare, ma sono diventate "ondate di oscurità" e alla fine oscurano tutto, comprese le ragazze in veranda.

E' fin troppo facile interpretare l'avvento della notte sul mondo, lirizzato in questo interludio, non come un banale evento naturale (il sole che tramonta), ma come una metafora della vita che cede il passo alla morte. A differenza degli altri interludi, che hanno raccontato, seppur liricamente, fasi di una giornata collegata ai 6 protagonisti del romanzo, questo nono interludio è come se proiettasse la sua ombra su tutta l'umanità. Scavalcando i confini di una "vicenda", quella del romanzo, che è sì corale, ma che è pur sempre circoscritta a un pugno di persone, residenti in Inghilterra ai tempi della Wolf.

Ma veniamo al punto che ci interessa di più in questo blog: che idea propone Virginia Wolf della vecchiaia per il tramite del suo personaggio "chiave" (chiave perché che Bernard pronuncia il primo e l'ultimo "disse" del romanzo)?

Difficile dare una risposta netta, perché i personaggi di The Waves non  raccontano sé stessi in modo lineare. Epperò Bernard, ormai vecchio e stanco,  dice cose che non fanno pensare né a una resa, né a un declino, né ad altro che in qualche modo evochi quella famigerata Senectus ipsa est morbus che tanta presa sembra avere sull'immaginario. Caso mai quello che dice sembra suggerire la voglia di un cambiamento di passo nella sua narrazione. Perchè il senso della sua vita, giunto a quel punto, Bernard si rende conto che è impossibile raccontarlo con mezzi convenzionali.

Come sono stanco di storie, come sono stanco di frasi che escono così bene, con tanto di piedi per terra! E come non mi fido di quei bei progetti di vita, così precisi, tracciati su un foglio di carta da lettere. Comincio a desiderare un linguaggio a parte, come quello degli innamorati, parole smozzicate, inarticolate, simili allo scalpiccio dei piedi sul selciato.

Bernard rievoca anche in questo soliloquio finale  le varie tappe della sua relazione con i 5 sodali, quasi che la sua vita si riassumesse in questo sodalizio e nella sua evoluzione. E nel far questo sembra insinuare che il vero problema non sia la fine della vita, ma quella che lui chiama a un certo punto l'inesorabilità della vita.

E' questa vita imperfetta che sembra proiettare su tutto la sua melanconica ombra avvolgente. Anche se Bernard conclude il suo dire con un "E' la morte, la morte il mio nemico".

Ma è una chiusa che non convince. E, come le onde che vanno e che vengono, il lettore torna a rileggere da capo tutto il capitolo, nella speranza di cogliere finalmente il bandolo di questa storia liquida.






giovedì 2 giugno 2016

DIGRESSIONI SALOTTIERE SULLA VECCHIAIA

Torniamo alla Lectio Magistralis sulla vecchiaia -male di tutti i mali- svolta da Romolo Rossi e chiamata in causa da Lorenzo Leone
Il saggio, che è un saggio "parlato", fa la gimkana fra temi grossi come macigni, sviscerati lì per lì come potrebbe sviscerarli il personaggio di un romanzo russo all'ora del the, soprattutto se nel salotto siedono delle belle signorine. 
Bisognerebbe tirare le orecchie a Romolo Rossi ogni volta che la spara grossa. Come quando avvalla senza esitazione la discussa teoria di J.Janes in base alla quale agli antichi faceva difetto la coscienza dell'io (Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, 1976).
Nel contesto del suo saggio parlato questa teoria serve a Rossi per sostenere la tesi che, a differenza di quella animale, la mente umana, frutto di una specie di incidente darwiniano, è estremamente fragile. Ergo, quando l'uomo invecchia, la sua mente deraglia. Anzi, data questa estrema fragilità della mente umana, il nostro cervello comincia a deragliare molto prima di diventare vecchio. Dopo di che è tutto un rotolare rovinoso.




Ma la vocazione digressionistica di Rossi non si ferma qui. Entrando in una zona di più stretta pertinenza psicanalitica, egli per sostenere la tesi che il vecchio non ha altra risorsa se non quella di NEGARE (negare la sua condizione, la sorte che lo attende), chiama a testimoniare Sofocle.  
Un Sofocle ormai novantenne, quello che ha scritto l'Edipo a Colono, ovvero la saga di Edipo che, ramingo e cieco, al braccio della figlia Antigone, si spinge per morire fino a Colono, un sobborgo di Atene.



E a cosa gli serve l'Edipo?
Gli serve per supportare, appunto, la tesi che l'uomo vecchio, anche se intorno a lui fiorisce il dramma... Non fa niente... l'uomo vecchio si defila, nega, rifiuta l'impegno, si abbarbica a una vigliacca censura mentale nei confronti delle cose sgradevoli che lo riguardano. In primis la morte. 
In altre parole, porta alle estreme conseguenze quel meccanismo di difesa inconscia (negazione) che probabilmente lo ha sorretto per tutta la vita, ma che, di fronte all'insostenibile peso di cose sempre sgradevoli, raggiunge ora il suo acme.

Ma è sufficiente il pur illustre caso di Sofocle/Edipo per estendere a tutti una affermazione così impegnativa (i casi clinici dove sono finiti)?