venerdì 24 giugno 2016

CONOSCI TE STESSO

James Hillman, in The Force of Chararacter and the Lasting Life (1999), ipotizza che il fine dell'invecchiamento non sia il morire, quanto piuttosto... lo svelamento del nostro carattere.
Confesso che il termine "fine", applicato all'invecchiamento, mi lascia perplesso. 
Perché dev'esserci un fine in un processo che - come ci insegna Umberto Galimberti - non si limita quasi mai ad essere solo un processo biologico?
La morte può essere l'esito, la conclusione, l'atto finale dell'invecchiamento. Anche se la Signora non si accoppia solo con i vecchi. Anzi. Stando a quanto mi racconta la mia medium, la Signora apprezza in modo particolare la carne tenerella.
Ma da qui a pensare che la morte sia la meta a cui l'invecchiamento tende, ce ne corre!

Che però la vecchiaia possa avere come risvolto lo svelamento del nostro carattere... ecco. Questo sì che mi convince di più.
Naturalmente un "eventualmente" è d'obbligo. Perché non credo che tutti i vecchi abbiano la voglia, la forza, la capacità di andare ad un appuntamento con se stessi così impegnativo. Magari dopo che hanno passato la loro vita ad eludere il problema.

Anche il termine carattere, a voler essere sottili, lascia perplessi. a meno che Hillman non intenda quel quid imponderabile che nella nostra vita ci ha condotto a fare certe scelte e ci ha "impedito" di farne altre. Quel sogno intimo, per intenderci, che ha reso Emma... la cara madame Bovary che tutti conosciamo.




Sicuramente la vecchiaia è la fase della vita che si presta di più a questo approfondimento. Primo, perché da vecchi si ha avuto tutto il tempo di mostrare  a se stessi chi si è realmente. Secondo perché effettivamente da vecchi si desidera scovare il senso di quel fluire apparentemente senza significato che è la propria vita.
A questo proposito potrei citare due testimonianze.
La prima è la mia. E anche se vale come il due di picche, tuttavia corrobora la tesi di Hillman, perché effettivamente io, a una certa età, mi sono armato di carta e penna e ho cominciato a scrivere le mie memorie nel tentativo di capire chi fossi, da dove venissi e come fossi arrivato a quel punto.
La seconda testimonianza, molto più illustre, ce la offre Virginia Woolf in The Waves (1931).  Un romanzo che non è solo un libro sul tempo, come ha detto Nadia Fusini. Ma è soprattutto un libro su CHI si è stati e su CHI si è diventati. 
Se vi prende il buzzo, leggetelo. Richiede un certo sforzo iniziale. Ma poi non si smette di rileggerlo. Io ormai l'ho già letto tre volte e credo che quest'estate tornerò a rivisitarlo: dall'inizio, dalla giornata dei 6 protagonisti quando erano ancora bambini, su su, fino a quando Bernard recita il suo amletico addio alla vita.


  

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