giovedì 2 giugno 2016

DIGRESSIONI SALOTTIERE SULLA VECCHIAIA

Torniamo alla Lectio Magistralis sulla vecchiaia -male di tutti i mali- svolta da Romolo Rossi e chiamata in causa da Lorenzo Leone
Il saggio, che è un saggio "parlato", fa la gimkana fra temi grossi come macigni, sviscerati lì per lì come potrebbe sviscerarli il personaggio di un romanzo russo all'ora del the, soprattutto se nel salotto siedono delle belle signorine. 
Bisognerebbe tirare le orecchie a Romolo Rossi ogni volta che la spara grossa. Come quando avvalla senza esitazione la discussa teoria di J.Janes in base alla quale agli antichi faceva difetto la coscienza dell'io (Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, 1976).
Nel contesto del suo saggio parlato questa teoria serve a Rossi per sostenere la tesi che, a differenza di quella animale, la mente umana, frutto di una specie di incidente darwiniano, è estremamente fragile. Ergo, quando l'uomo invecchia, la sua mente deraglia. Anzi, data questa estrema fragilità della mente umana, il nostro cervello comincia a deragliare molto prima di diventare vecchio. Dopo di che è tutto un rotolare rovinoso.




Ma la vocazione digressionistica di Rossi non si ferma qui. Entrando in una zona di più stretta pertinenza psicanalitica, egli per sostenere la tesi che il vecchio non ha altra risorsa se non quella di NEGARE (negare la sua condizione, la sorte che lo attende), chiama a testimoniare Sofocle.  
Un Sofocle ormai novantenne, quello che ha scritto l'Edipo a Colono, ovvero la saga di Edipo che, ramingo e cieco, al braccio della figlia Antigone, si spinge per morire fino a Colono, un sobborgo di Atene.



E a cosa gli serve l'Edipo?
Gli serve per supportare, appunto, la tesi che l'uomo vecchio, anche se intorno a lui fiorisce il dramma... Non fa niente... l'uomo vecchio si defila, nega, rifiuta l'impegno, si abbarbica a una vigliacca censura mentale nei confronti delle cose sgradevoli che lo riguardano. In primis la morte. 
In altre parole, porta alle estreme conseguenze quel meccanismo di difesa inconscia (negazione) che probabilmente lo ha sorretto per tutta la vita, ma che, di fronte all'insostenibile peso di cose sempre sgradevoli, raggiunge ora il suo acme.

Ma è sufficiente il pur illustre caso di Sofocle/Edipo per estendere a tutti una affermazione così impegnativa (i casi clinici dove sono finiti)?




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