domenica 26 giugno 2016

RIMUOVERE L'APPETITO FA MALE ALLA SALUTE?


Massimo Montanari è uno storico dell'alimentazione che io apprezzo molto. Ma in La cucina italiana (storia di una cultura), Laterza 1999, secondo me ha sbarrocciato e alla grande.
Non so se l'ultimo capitolo, dedicato all'appetito e alla sua progressiva rimozione nel corso del Novecento, sia di Montanari o del coautore, Alberto Capatti.
Certo è un capitolo in cui lo storico si fa prendere la mano dall'ideologo e tutta la dissertazione trasuda di un'acuta nostalgia per i bei tempi in cui il ghiottone era il celebrato protagonista della scena. I "bei" tempi dei cento cappelletti per iniziare il pranzo, del ventre grosso, della ciccia, del burbero oste fiorentino, delle donne romane che avevano sederi così imponenti da  tappare i vicoli.


Ma con chi se la prende esattamente Montanari?
Beh, difficile dirlo, perché se la prende un po' con tutti.
Se la prende di striscio con Pellegrino Artusi, reo di aver irriso, fra i primi, agli eccessi della convivialità, sia in entrata sia in uscita: cioè le montagne di cappelletti e le  micidiali diarree.
Se la prende con Marinetti, che lancia una crociata contro la pastasciutta (i maccheroni, puah), simbolo del borghese panciuto e imbelle. Poi coi fascisti che (udite udite!) criticano l'antipasto tipicamente italiano con salumi e sottaceti. Poi con i morigerati anni cinquanta, che consacrano la dietetica della bellezza (il Cucchiaio d'argento). E infine con l'epoca (la nostra) in cui a trionfare sono i miti salutistici, a partire dalla Dieta Mediterranea.
Ma cos'è che intravvede Montanari sullo sfondo di questa involuzione (perché tale appare ai suoi occhi)? 
Beh, intravvede la rimozione dell'appetito e, a monte, addirittura la rimozione del corpo.
"La pancia, il doppio mento, onore e vanto dei primi gastronomi, non risultano solo inattuali ma ridicoli. Le labbra unte, le narici dilatate, la mano che brandisce l'osso e la coscia del pollo appaiono ora sconvenienti".
A me, leggendo tutto questo, mi sembra di assistere alla sequenza di un film di Tinto Brass, e sinceramente faccio fatica a seguire Montanari quando rimpiange i bei tempi in cui mangiar molto era anche godere di buona salute (pag. 353).
Da un lato mi viene in mente Pasolini e la sua mistica delle lucciole.
Contemporaneamente mi viene in mente che i miei antenati  - tutti borghesi, tutte buone forchette - sono morti intorno ai 60 anni chi di trombosi, chi di infarto, chi di diabete.
Infine mi viene in mente che, mentre i miei antenati crapulavano ad oltranza attorno alla tavola a partire dalle sei di sera (uno scenario simile a quello dei lauti pranzi della Montagna incantata), a pochi chilometri dai loro palazzi milanesi di via Ariosto, c'erano centinaia di contadini che impazzivano per la malnutrizione. La quale allora assumeva il nome più clinico e asettico di Pellagra.







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