In un precedente post abbiamo citato Terenzio e Cicerone e le loro antitetiche valutazioni sul fenomeno vecchiaia: una piaga per il primo, una opportunità per il secondo.
Ma il fronte delle opinioni (opinioni, non valutazioni scientifiche) è molto più articolato.
Dalla parte dei disfattisti, oltre al commediografo latino Publio Terenzio Afro, si schierano il medico Galeno, il teologo Isidoro di Siviglia, nonché Sant'Antonio da Padova.
Dalla parte invece dei rivalutatori possiamo annoverare, oltre al Cicerone del Cato maior, il Seneca delle Lettere a Lucillo. Due pezzi da novanta, che non a caso erano entrambi filosofi.
Ma come si esprime, al proposito, la scienza medica?
Cominciamo dallo psicologo statunitense Stanley Hall, che nel 1922 paragona la vecchiaia al declivio di un collina. Poetico, ma non molto distante dall'immagine rovinosa, stile caduta libera, proposta da Romolo Rossi.
Un'altra metafora, di cui ignoro la paternità, è quella dell'albero, che suggerisce l'idea, questa volta ottimista, per cui crescendo (e quindi anche invecchiando) l'individuo non fa altro che aumentare di complessità, acquisendo per giunta tratti sempre più peculiari.
Più di recente lo psicologo tedesco Paul Baltes (morto nel 2006) ha rimarcato come il fenomeno del declino, con le limitazioni che comporta, possa venir brillantemente compensato, soprattutto sul piano cognitivo e su quello emotivo. Generando una situazione inedita e per nulla scontata.
Insomma, la vecchiaia avrebbe, nei casi migliori, una sorta di proprio marchio di fabbrica e non è corretto equipararla tout court ad un diagramma discendente o a una colonna dei meno.
Naturalmente si sta parlando di un processo di invecchiamento che ha la fortuna di andare in porto nel migliore dei modi.
Di fronte a una grave menomazione c'è poco da fare.
Ma le gravi menomazioni non sono appannaggio solo degli anziani.
Dalla parte invece dei rivalutatori possiamo annoverare, oltre al Cicerone del Cato maior, il Seneca delle Lettere a Lucillo. Due pezzi da novanta, che non a caso erano entrambi filosofi.
Ma come si esprime, al proposito, la scienza medica?
Cominciamo dallo psicologo statunitense Stanley Hall, che nel 1922 paragona la vecchiaia al declivio di un collina. Poetico, ma non molto distante dall'immagine rovinosa, stile caduta libera, proposta da Romolo Rossi.
Un'altra metafora, di cui ignoro la paternità, è quella dell'albero, che suggerisce l'idea, questa volta ottimista, per cui crescendo (e quindi anche invecchiando) l'individuo non fa altro che aumentare di complessità, acquisendo per giunta tratti sempre più peculiari.
Più di recente lo psicologo tedesco Paul Baltes (morto nel 2006) ha rimarcato come il fenomeno del declino, con le limitazioni che comporta, possa venir brillantemente compensato, soprattutto sul piano cognitivo e su quello emotivo. Generando una situazione inedita e per nulla scontata.
Insomma, la vecchiaia avrebbe, nei casi migliori, una sorta di proprio marchio di fabbrica e non è corretto equipararla tout court ad un diagramma discendente o a una colonna dei meno.
Naturalmente si sta parlando di un processo di invecchiamento che ha la fortuna di andare in porto nel migliore dei modi.
Di fronte a una grave menomazione c'è poco da fare.
Ma le gravi menomazioni non sono appannaggio solo degli anziani.

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