giovedì 16 giugno 2016

IL (MIO) CORPO DEGLI ALTRI





I giornalisti intervengono, i criminologi tacciono. E' quello che si percepisce leggendo i giornali di questi giorni, che snocciolano interventi più o meno identici sul tema della violenza sulle donne.
Naturalmente si parla di violenza in modo molto generico. Non si parla di violenza su scala internazionale. Eppure è questa la realtà, che si preferisce non vedere. Si parla di violenza del singolo maschio violento. Non si parla della violenza sulle donne a fine di lucro, che fiorisce sotto ogni latitudine. O di violenza religiosa. O di violenza etnica. O di violenza di casta. 
Tutte forme di violenza di massa, di violenza seriale, di violenza che prospera spesso all'ombra delle istituzioni.

Uno dei pochi articoli che è andato al di là del semplice vagito giornalistico è quello del fumettista Matteo Bussola (La Repubblica, 16 giugno): educhiamo i nostri figli a stare dalla parte delle bambine. Dove si elencano tutti i condizionamenti e i pregiudizi che gravano sulla testolina di una bambina fin dai primi passi che compie nel mondo. In buona sostanza la tesi di Bussola è che l'ombra del femminicidio compare presto nella vita delle bambine e compare in buona sostanza sotto la forma di una istigazione alla docilità.  Che non è certo più la docilità della donna contadina, o la "docilità" dell'Esclusa di Luigi Pirandello o la "docilità" della Therese di Schnitzler. Ma è comunque una forma di docilità in cui ritorna, sottile e insidioso come una coazione a ripetere, lo schema maschilista della Genesi.



Credo che questa analisi di Bussola, che ha incredibilmente del credibile, possa andar bene per cominciare. 
Al centro del suo ragionamento, anche se lui non lo dice esplicitamente, c'è il CORPO femminile, a cui la società occidentale, nella deriva del patriarcato postmoderno, ha riservato il ruolo, pur sempre subalterno,  del GADGET.
Ma ci aspettiamo che sul tema qualcuno voglia andare oltre, affrontando per esempio il tema collaterale della giovinezza: il contraltare felice della vecchiaia infelice, secondo gli stereotipi vigenti.
  



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