lunedì 15 agosto 2016

RACCONTARE LA REALTA'

"La vita comincia a cinquant'anni, è vero; a parte che finisce a quaranta".
Questa è una dei tantissimi aforismi di cui è piastrellata la narrativa di Michel Houellebecq. 
I quarant'anni sono l'ossessione di Houellebecq. Nel momento in cui Isabelle, l'amante e moglie del protagonista di La possibilità di un'isola (2005) compie quarant'anni, il suo corpo è già un preannuncio di decadimento:

"Talvolta, quando ci preparavamo per andare in spiaggia e lei si infilava il costume da bagno, nel momento in cui il mio sguardo si posava su di lei, la sentivo cedere leggermente, come se avesse ricevuto un pugno fra le scapole... Conoscevo lo sguardo che poi aveva: era quello, umile e triste, dell'animale malato che si allontana di qualche passo dal branco, che posa il capo sulle zampe e sospira piano, perché si sente colpito e sa che da parte dei suoi simili non dovrà aspettarsi alcuna pietà".



Possibile che dal 1994 (Erica Jong) al 2005 (M. Houellebecq) il feticismo della giovinezza abbia fatto così tanti passi in avanti da retrodatare di 10 anni il momento dell'usura del corpo? 

Butto lì. Forse ai tempi della Jong la paura era quella di perdere l'avvenenza. E dunque i cinquanta erano una minaccia concreta. Forse ai tempi di Houellebecq (che poi sono i nostri) la paura è quella di non essere più classificati come giovani.
In tal caso i quarant'anni, mi viene da obiettare, non sono più una garanzia. Certo, puoi restare in forma come riesce a restare in forma Isabelle a costo di immani sacrifici. Ma, bella o non bella, non potrai mai più essere una Lolita. Né a quaranta, né a trenta.

Leggendo Houellebecq ci si chiede: ma anche LUI ci crede a questa mistica "laica" delle carni sode e del godimento carnale o lo fa semplicemente credere ai suoi personaggi, per poter essere come Daniel, un pungente osservatore della realtà contemporanea?




I media semplificano, è ovvio. Poi stacchi gli occhi dal teleschermo e cosa percepisci? Percepisci corpi giovani afflitti da malattie che un tempo non erano neanche contemplate a questa età (segno che qualcosa è rimbalzato dall'alimentazione e dall'ambiente alla genetica). Percepisci corpi giovani che si divertono ingozzandosi compulsivamente di patatine, hamburgher e alcool a gogo (nell'ipotesi migliore). Percepisci una moria di salute, di speranze e di progetti di vita (nonché di future pensioni). Percepisci, in chi non è più giovane, la paura non del futuro, ma - ciò che è peggio - del presente. Mentre cioè il patrimonio della gioventù viene dilapidato, la mezza età si ripiega -ignava- su se stessa.

Percepisci in altre parole una realtà in cui i 4colori della carta patinata diventano il grigio sporco delle nostre strade e in cui il reale "ad una dimensione" dei media si frantuma in tanti pezzi di vetro con cui è difficile comporre un puzzle dotato di senso.

E allora vien da chiederti: ma qual è il compito di un narratore? raccontare la realtà nei suoi diversi snodi (ammesso che sia possibile). Oppure, adottare come punto di vista la visione messa in giro dalla pubblicità e dai media: la vita come gioco. Il che comporta che la vita, per tutti quelli che non sono giovani e bellissimi, diventa per tutti gli altri una cosa grottesca, disperante, indegna di essere vissuta. Come nei romanzi di Houellebecq

Una cosa è certa: a lettura ultimata, resta un rammarico. Che la dimensione edonistica (per pochi) a cui si è ridotto il nostro ideale di vita, non consenta a un narratore contemporaneo di raccontare storie complesse e ricchi di sfumature come quelle che un Thomas Mann raccontava nei suoi romanzi e nei suoi racconti.


Suggerisco, per rifarsi la bocca, di andare a leggere, o rileggere, Unordnung und fruhes Leid.




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